Recensioni e segnalazioni

Cultura: nuovi spazi per viverla. New spaces for cultural enjoyment: i progetti che hanno partecipato al Concorso internazionale per il nuovo Centro culturale di Torino comprendente la Biblioteca civica centrale e una Sala teatrale


Abstract


Cultura: nuovi spazi per viverla. New spaces for cultural enjoyment: i progetti che hanno partecipato al Concorso internazionale per il nuovo Centro culturale di Torino comprendente la Biblioteca civica centrale e una Sala teatrale. Designs taking part in the International Competition for the new Cultural Centre in Turin, comprising the new Central Civic Library and a Theatre, [coordinamento editoriale di Antonella Minetto]. Torino: Abitare Segesta, 2001. 228 p. ISBN 88-86116-53-5. Eur 36,15.

Solitamente un catalogo segue la realizzazione di un progetto, quasi mai lo precede. Illustra le fasi preparatorie, ma il focus di quel volume sarà sempre l'opera stessa, nella sua ultima definizione. Se però l'obiettivo da raggiungere è dichiaratamente ambizioso e la posta in gioco è alta, se la finalità che muove il progetto è chiara e tangibile e l'opera che si vuole costruire nasce da un concorso internazionale, se le procedure, come si può arguire dai materiali presentati, sono indicative per trasparenza e garantiscono obiettività nelle scelte, allora il catalogo può certo precedere l'opera realizzata, legittimandola pienamente, e può testimoniare di un lavoro preparatorio utile e per molti versi esemplare.È il caso della nuova Biblioteca civica centrale di Torino, per la quale l'amministrazione comunale, vero promotore unico del progetto, ha dedicato un catalogo che, oltre a contenere la presentazione del progetto vincitore di Mario Bellini e degli altri nove classificati (nell'ordine: Noriaki Okabe, Michele Crò, Pietro Derossi, Giovanni Picco, Florian Fishötter, Italo Rota, Ezio Ingaramo, Keith R. Williams, Vittorio Zanfagnini), presenta nell'ultima parte l'elenco completo di tutti gli altri 165 progetti partecipanti al concorso internazionale (spicca tra questi l'"escluso" Dominique Perrault, l'autore della nuova Biblioteca nazionale di Parigi).
Ma la parte che senz'altro interessa di più il bibliotecario - dopo una veloce scorsa ai progetti partecipanti e l'attenzione che senz'altro suscita il progetto vincitore, su cui più oltre ci soffermeremo - è quella iniziale, qualcosa di più di una presentazione dei progetti, perché illustra le motivazioni che hanno spinto l'Amministrazione a promuovere la nuova biblioteca, facendo parlare un po' tutti i suoi protagonisti, sia quelli dello staff interno (tra cui Paolo Messina, direttore della Civica di Torino), sia i professionisti chiamati dai due settori professionali coinvolti: quello architettonico (spicca tra gli altri il nome di Richard Rogers, individuato dal Comune di Torino) e quello bibliotecario (Maija Berndtson, direttore della Biblioteca civica di Helsinki e Win M. Renes, direttore della Biblioteca civica dell'Aia).Per un'impresa così importante non solo per la città di Torino, dati i riflessi che su tutto il territorio nazionale e ben oltre tali opere sempre riservano, le motivazioni devono essere solide ed è la stessa amministrazione che con forza deve poterle esprimere se non altro per ragioni di consenso. Torino ospiterà, com'è noto, i Giochi olimpici invernali del 2006 ed è dichiaratamente questo appuntamento a fare da volano per la realizzazione di nuove infrastrutture e nuovi servizi. E fa piacere che, anche se collegata a un evento eccezionale e tradizionalmente poco vicino alla cultura intesa come offerta di servizi al pubblico e difesa delle istituzioni culturali, questa occasione sportiva abbia avuto il merito di creare una nuova biblioteca o, per dirla nel linguaggio degli atti ufficiali, un centro culturale che comprenderà una biblioteca civica centrale e una sala teatrale. L'assessore Fiorenzo Alfieri parla di "rilancio e di visibilità della città", di "ritorno d'immagine" che il centro culturale dovrà garantire, ma proprio per l'impegno che tale nuovo progetto comporta giustifica la scelta di aver bandito un concorso internazionale, condizione peraltro prevista dalla Direttiva della Comunità europea 92/50/CEE e che intende anche superare il modello fondato sul vecchio rapporto fiduciario tra amministrazione e progettista, molto diffuso soprattutto in Italia. E senza dubbio è proprio questa scelta - garante di un confronto davvero universale, «lo strumento più idoneo a far emergere la qualità progettuale» (Nevio Parmeggiani), capace di promuovere una «concorrenza reale fondata sulla qualità del prodotto a vantaggio del committente» (Luigi Zordan) - che qualificherà tutta l'operazione successiva, supportata da una chiara individuazione dei criteri di progettazione che, per limitarci alla biblioteca, prevedono, oltre al trasferimento e al potenziamento dell'attuale Biblioteca civica, «elemento caratterizzante dell'intero Centro Culturale per la molteplicità dei suoi servizi e l'entità degli spazi occupati», la creazione di un centro informativo oltre che culturale, luogo di incontro e di socializzazione, accessibile a utenti di tutte le età e delle più diverse condizioni e provenienze culturali e sociali, struttura in grado, per la sua «maggiore visibilità e capacità di attrazione», grazie anche «al comfort degli ambienti», di diventare un «fulcro essenziale del territorio metropolitano», come si evince dallo scritto di GiamBattista Quirico.
Certo, come aveva già scritto Pier Luigi Nervi nel 1944 giustamente ricordato qui da Gianfranco Franchini, «è evidentemente impossibile portare l'attività edilizia a un così alto livello per cui ogni costruzione diventi un'opera d'arte». Ma, fugata questa illusione, occorre - ed è sempre Franchini a ribadirlo - che la committenza consapevolmente individui nella programmazione architettonica lo strumento «attraverso il quale dirigere e controllare la progettazione». La committenza, in altre parole, deve partecipare fattivamente al processo progettuale perché l'opera sarà sempre meno «il risultato del lavoro di uno specialista isolato» e, nel caso di una biblioteca, saranno proprio le domande del bibliotecario (colui «che vive la biblioteca come presenza muraria e scenica quotidianamente», dice Franchini) a qualificare l'intero progetto perché suscitatrici di risposte architettoniche adeguate a quelle originarie domande.Sarà una biblioteca di tutti e per tutti, sostiene Paolo Messina, «per informarsi e aggiornarsi, incontrarsi e comunicare», in grado «di far sentire a proprio agio anche il pubblico non abituale»: sarà «il luogo ideale per incontrarsi a qualsiasi ora del giorno», che sorgerà nel centro della città, riutilizzando le aree ferroviarie dismesse della "Spina centrale". Una grande struttura multimediale interamente cablata e flessibile nei suoi spazi interni, con una superficie lorda (compreso il teatro) di 40.000 mq, provvista di 1500 posti a sedere, che dovrà prevedere un flusso di 4000 visitatori al giorno cui offrire la disponibilità di un milione di documenti (di cui 300.000 a scaffale aperto). Una struttura immediatamente riconoscibile dall'esterno ma che idealmente vuole confrontarsi non solo con la contemporaneità emporiale del Salone del Libro, ma anche con la propria storia cittadina, la nobile Torino di Piero Gobetti e Antonio Gramsci, di Luigi e Giulio Einaudi, o con quella, più antica, dell'imprenditore ed editore Giuseppe Pomba, fondatore nel 1869 della prima Biblioteca Civica di Torino al Palazzo Civico. Wim M. Renes parla di una biblioteca che dovrà appunto sforzarsi a essere parte integrante della città, contemperando una doppia anima, quella del tempio sereno che agevola il lettore alla più meditata riflessione, e quella del centro di informazione "aperto e vivace", "accogliente e molto frequentato", paragonabile (ma pericolosamente…) a un grande magazzino o, potremmo aggiungere noi, vicina a quell'immagine di biblioteca pubblica anglosassone e soprattutto scandinava che è risultata vincente al confronto internazionale. Maija Berndtson auspica che la nuova Biblioteca civica di Torino diventi un vero e proprio modello cui altre biblioteche pubbliche italiane possano ispirarsi, sottolineando il carattere nuovo e "rivoluzionario" di una proposta che sente come molto distante dalla realtà delle altre biblioteche italiane, realtà ancorata a una dimensione di biblioteca di ricerca più che di biblioteca realmente pubblica.
Personalmente non credo più che la biblioteca dominante in Italia si ancori tuttora sterilmente al modello ricordato da Berndtson. Basterebbe continuare a sfogliare il corposo catalogo che segue gli interventi preliminari per rendersi conto di come almeno la nuova progettualità qui ampiamente rappresentata in 175 diversi progetti sia ben distante da un'idea di biblioteca di mera conservazione, anche certo in virtù dei parametri di riferimento che sono stati impartiti dal committente. Ne è un esempio la stessa presentazione del progetto vincitore di Mario Bellini che per la parte che riguarda la Biblioteca sottolinea la sinuosità del suo disegno «quasi a voler moltiplicare la superficie di contatto con la luce e con il Parco, consentendo loro di penetrare in profondità negli spazi di lettura». E più oltre: «Le terrazze, arricchite da 'lingue verdi' e attrezzate per continuare anche all'aperto l'attività di lettura e di studio, avvalorano la sensazione di un rapporto diretto con il verde esterno anche ai tre livelli superiori». Nulla di impenetrabile, si sarebbe tentati di aggiungere, nulla di segreto e di volutamente nascosto.Ma il pregio di queste realizzazioni è forse ancora un altro. E consiste nella chiara finalità del loro progetto, che si avvantaggia della fortissima carica simbolica (basti vedere il successo che stanno riscuotendo, al di là dei loro meriti specifici, opere come le nuove biblioteche nazionali di Londra, Parigi o Alessandria, ma anche strutture ben più modeste di queste) che ancora oggi la biblioteca sembra davvero poter ancora comunicare e che la rende così diversa da i "nonluoghi", per dirla con Marc Augé, della nostra contemporaneità, spazi privi di identità, suscitatori di solitudine e svuotati di senso e di storia, in cui l'architettura - secondo la lezione di Vittorio Gregotti - ha ormai smarrito "ogni possibilità di assegnare alle forme architettoniche una capacità simbolica interpretabile come tensione verso le migliori speranze collettive di qualità e senso".. La biblioteca, questa di Torino ma in fondo moltissime altre, sembra invece andare in una direzione del tutto opposta alla malinconica percezione di Gregotti, se la ricerca della verità - che la biblioteca alla fine interpreta - prevarrà sulla cultura della banalità e dei vantaggi individuali.






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