"In uno corpore continentur". Le miscellanee. Per un approccio unitario ad un problema della biblioteconomia del libro antico


Abstract


L'abitudine di rilegare più documenti scritti in miscellanee è presumibilmente antica quanto il codice. E molto presto le miscellanee si sono caratterizzate per una maggiore o minore organicità. Sebbene alcuni autorevoli studiosi sostengano che il libro miscellaneo fu respinto all'inizio dalla stampa, la pratica col tempo coinvolse anche i nuovi prodotti gutenberghiani. Un manuale come quello di Naudé (1627) raccomanda la formazione di questi volumi fattizi, al fine di salvaguardare meglio soprattutto il materiale minore. Un secolo dopo il Volpi nelle Varie avvertenze attesta che la pratica è molto diffusa nelle biblioteche pubbliche e private. Ma alla fine dell'Ottocento Biagi e Fumagalli, criticando le posizioni del Petzholdt, propongono sostanzialmente l'abbandono dell'abitudine di realizzare volumi miscellanei. Nella letteratura biblioteconomica italiana più recente non sono stati molti i contributi sull'argomento. Si segnala ancora quello di Francesco Barberi del 1961, incentrato sull'opportunità di mantenere integre le miscellanee, considerate giustamente un documento storico unico, con l'unica eccezione dei casi in cui la coesistenza metta a rischio la conservazione dei singoli documenti. Dal punto di vista della catalogazione, non si è ancora riflettuto sufficientemente sulla necessità di un livello specifico di descrizione complessiva per questa tipologia di libri, anche se la proposta, nata in ambiente AACR, di un Collection level cataloging potrebbe avere come campo di applicazione proprio le miscellanee fattizie. Laserendipity praticata e praticabile nelle miscellanee rappresenta infatti un valore aggiunto che può essere considerato una sorta di paradigma dell'intera biblioteca.

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