RECENSIONI E SEGNALAZIONI

Chiara Semenzato.  Tutela, gestione e valorizzazione dei beni culturali: il ruolo del laureato in Conservazione dei beni culturali.  Bologna: Lo scarabeo, 1997.  48 p.: ill.

Negli ultimi anni il dibattito sulle forme di gestione e tutela dei beni culturali si è fatto più serrato e acceso. Molto spesso critiche e denunce sono rimaste lettera morta non producendo, cioè, gli auspicati cambiamenti. Questo sentimento di generica insoddisfazione sul malgoverno dei beni culturali è gradualmente mutato passando da sterile lamentela a grido di protesta vero e proprio, alla luce del fatto che da circa quindici anni esiste in Italia la figura del dottore in Conservazione dei beni culturali, che per˛ ha serie e documentate difficoltà a operare nei settori (musei, pinacoteche, biblioteche antiche e moderne, archivi pubblici e privati, musei etnografici, gallerie, ecc.) per cui ha investito i propri studi universitari.

Nel corso degli anni la schiera di questi laureati è aumentata considerevolmente e di pari passo sono stati aperti ben tredici corsi di laurea in altrettante sedi universitarie, sparse lungo la penisola.

A ricostruire il quadro di questa pagina recente di storia delle istituzioni scolastiche ci ha pensato Chiara Semenzato, che in un volumetto agile offre una sorta di guida tascabile sugli aspetti controversi che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo dei corsi di laurea in Conservazione dei beni culturali.

Il lavoro è l'atto conclusivo del corso di perfezionamento in Diritto dei beni culturali e ambientali, tenutosi nell'anno accademico 1995-1996 a Ravenna; in realtà, per˛, le tabelle e le statistiche presenti, che offrono diverse chiavi di lettura sul destino dei laureati in Conservazione dei beni culturali, sono il risultato del lavoro condotto negli ultimi tre anni dall'Associazione dei laureati in Conservazione dei beni culturali (AILBeC), di cui Chiara Semenzato è presidente.

Il corso di laurea nacque con la precisa volontà di formare una figura professionale dotata di conoscenze interdisciplinari, capace cioè di fondere una necessaria cultura storico-umanistica con le diverse metodologie atte alla tutela del patrimonio culturale. Figura non sostitutiva, quindi, delle molteplici professioni già esistenti, ma dotata di capacità di «sintesi per progettare, gestire e coordinare interventi di tutela, conservazione, ma anche e soprattutto, valorizzazione del bene culturale».

Poste queste premesse la Semenzato ha proceduto a verificare se, a distanza di oltre quindici anni, la legislazione vigente abbia fatto in modo che le competenze così delineate fossero tutelate e in che modo, oppure no.

Dapprima viene affrontato il tema dell'insegnamento, a cui molti neolaureati della prim'ora guardavano come più immediato sbocco occupazionale. In forma stringata ma esaustiva viene citato il d.m. 24 novembre 1994 e successivi che permette ai laureati in Conservazione dei beni culturali di accedere all'insegnamento di materie letterarie nelle medie inferiori e di storia dell'arte (con almeno un esame sostenuto). Disconoscendo la peculiarità dei piani di studio di Conservazione dei beni culturali, vengono invece esclusi da ben sedici classi di concorso, come arte della tipografia e della grafica pubblicitaria, arte della stampa e del restauro del libro, educazione artistica (un laureato nell'indirizzo storico-artistico sostiene in media 8-10 esami di storia dell'arte!), ecc.

Altro aspetto, a lungo dibattuto, è quello dell'equipollenza della laurea in Conservazione dei beni culturali con i diplomi di laurea in Lettere. Il Ministero per i beni culturali e ambientali non ha mai emanato un atto ufficiale che sancisca definitivamente l'equipollenza più volte richiesta. Esistono, quindi, vincoli evidenti per l'immissione a concorsi pubblici presso lo stesso Ministero. Per quanto riguarda invece gli enti locali il riferimento è la legislazione regionale, per la quale la Semenzato ha svolto un'indagine a campione su undici regioni, individuando le principali leggi regionali che regolamentano le modalità di reclutamento del personale addetto alla gestione di archivi, musei e biblioteche di enti locali. Nella tavola sinottica conclusiva non viene mai riportato il titolo di dottore in Conservazione dei beni culturali. Si presenta, invece, un panorama alquanto variopinto e disorganico, che oscilla tra titoli di studio generici e consueti e attestati di corsi regionali sulla cui natura ed efficacia non è dato sapere.

A rimarcare i limiti all'utilizzo del titolo di laurea in questione vengono riportati alcuni casi esemplari di laureati esclusi da concorsi pubblici per posti di bibliotecario o archivista, per mancanza dei requisiti richiesti dal bando, alla luce delle limitazioni prima ricordate (poteva, per˛, essere dato maggiore spazio al caso della Regione Friuli-Venezia Giulia, che con la l.r. 30/1986 ha sancito che il diploma di laurea in Conservazione dei beni culturali a indirizzo archivistico-librario è da considerare titolo preferenziale nell'assegnazione, da parte di enti pubblici locali, di incarichi di tutela e conservazione dei beni librari).

Le conclusioni sono inevitabilmente amare, perché sono date dalla somma di tutti questi ostacoli burocratici e legislativi. In questa linea si innesta anche il problema dell'ordine professionale, per il quale sarebbe opportuno che il legislatore, prima di pensare alla sua istituzione, «procurasse di chiarire limiti e competenze di ciascuna figura professionale, nonché di chiarire quali siano i titoli che determinano tali competenze eliminando sovrapposizioni e duplicazioni di percorsi formativi».

Marco Salvadori, Biblioteca civica di Casarsa della Delizia