Bollettino AIB 1997 n. 4 p. 471 [AIB] Associazione italiana biblioteche. Bollettino AIB 1997 n. 4 p. 471-472
Discorso di Enrico Jahier per il I Consiglio direttivo dell'AIB

Parole di commiato pronunciate dal dr. Enrico Jahier a nome del Consiglio provvisorio centrale della Associazione italiana per le biblioteche a Roma il giorno tre febbraio 1951 nella sala della Biblioteca del Senato della Repubblica in occasione della seduta di insediamento del Consiglio direttivo centrale della Associazione alla presenza del suo presidente sen. conte Alessandro Casati e dei Consiglieri presidenti dei comitati regionali.

Eccellenza,
il Consiglio provvisorio centrale di Firenze, composto, come è noto, dei direttori delle biblioteche cittadine, statali e non statali, e di due rappresentanti romani, prima e più ancora di procedere ad una consegna di poteri, che davvero non hanno voluto mollare fino a questo giorno, ma mai procrastinare di un'ora di più, o di mezzi finanziari, ancor più ridotti dei poteri, desidera esprimere a Lei la più viva riconoscenza per aver voluto accettare di raccogliere ed indirizzare gli sforzi che i bibliotecari italiani vogliono dedicare all'incremento della loro funzione culturale ed allo sviluppo della propria attrezzatura tecnica. Possiamo assicurarle che il valore di questo suo gesto generoso non è sfuggito a nessuno di noi e ci impegna tutti a fare del nostro meglio.

Modesta, troppo modesta può sembrare, ed è sembrata a molti, l'attività quadriennale svolta dal Consiglio provvisorio da quel 18 febbraio 1946 in cui, mossi da un amore lungamente represso, facemmo appello ai compagni di lavoro per la ricostituzione, su nuove basi, della Associazione dei bibliotecari italiani. Invito, del resto, non molto dissimile formalmente da quello che un Comitato promotore romano indirizzò ai bibliotecari italiani il 18 giugno 1930 col medesimo intento: profondamente innovatore invece, quasi direi rivoluzionario, nello spirito, quando se ne esaminino obiettivamente i diversi procedimenti proposti e adottati, tutti rivolti a garantire la piena libertà e l'effettiva collaborazione dei soci nella creazione delle basi statutarie e nella scelta dei loro legittimi rappresentanti.

Non per mettere in rilievo, come è di fatto, l'accresciuta dignità di uomini conseguente a questa rivalutazione della nostra indipendenza professionale associata, che del resto si identifica con un aumento della nostra responsabilità, non per vana esibizione di propositi elaborati e perseguiti, ma per giustificazione di una lentezza di cammino che più di una volta ci è stata addebitata, devono essere segnalate le difficoltà, registrate nel voluminoso carteggio che stiamo per consegnare alla vostra Presidenza, che si frapposero fin dall'inizio alla nostra opera organizzativa, dimostrando che se la Repubblica democratica era nata, non sempre alla lettera e alla forma giuridica corrispondeva la maturità dello spirito, seriamente compromessa da un costume che le era stato troppo distante.

Incomprensioni, preoccupazioni da destra, da sinistra, dall'alto e dal basso per un qualcosa che non voleva impegnarsi con nessuno salvo con l'avvenire delle biblioteche; non rinunziare all'ineffabile gioia di discutere liberamente argomenti liberamente scelti; che voleva considerare le condizioni materiali e morali degli individui soltanto in funzione dei progressi realizzati dagli organismi; rimanere fedeli alle tradizioni, ma sempre pronti a rinnovarsi coraggiosamente quando le esperienze, e soprattutto quelle dolorose, lo esigessero.

Alle autorità costituite offrimmo leale, anche se indipendente, collaborazione mirando a quella vastità di propositi che alimentò il fecondo periodo della Società bibliografica italiana, pur con quella maggiore concentrazione tecnico-professionale sui precisi e impellenti problemi bibliotecari che gli scambi culturali, le indagini di studiosi e di colleghi avevano richiamato alla nostra coscienza. Anche la prescelta organizzazione regionale, che parve a taluno una prematura attuazione di un programma di autonomie locali disgregatrici, mirava in realtà a realizzare una più completa partecipazione nazionale ed a colmare una lacuna avvertita anche in quell'aureo periodo di collaborazione associata, quando le iniziative fiorivano nelle regioni più progredite della Valle Padana per diradarsi se non spengersi del tutto scendendo alle province meno dotate del Mezzogiorno.

Nell'atto di chiudere il nostro bilancio attivo, non il pensiero nostalgico per quello che avremmo potuto realizzare e che sicuramente avrà attuazione sotto la sua guida, ci preoccupa, ma la solidità delle fondamenta stabilite, che è quanto dire dei limitati compiti imposti alla nostra attività provvisoria. Il miglior collaudo di questo lavoro preparatorio, mi permetta dirlo, signor Presidente, è rappresentato dalla sua ponderata accettazione: accettazione di un peso che pur poteva apparire eccessivo alla sua molteplice attività, ma alla quale ci lusinghiamo, se la immaginazione non ci gioca uno dei suoi tranelli, non sia stato estraneo l'ordinamento iniziale della nostra organizzazione.

Quando 35 anni or sono bevevo avidamente ogni parola che usciva dalla bocca degli oracoli vociani che bazzicavano in casa mia, il nome del conte Alessandro Casati, che così spesso vi ricorreva, suggeriva alla mia fantasia di quindicenne l'immagine di una specie di nume benigno e protettore di ogni impresa che avesse per fine la vita del pensiero, la cultura, la libertà, la verità, queste dee nazionali troppo presto dimenticate, che informavano allora ogni atto della nostra educazione.

Non potevo certo sospettare che il destino mi avrebbe riserbato l'onore di consegnargli oggi le redini spirituali di questa nostra famiglia di bibliotecari, insieme alla loro ansiosa aspirazione di perfezionamento e rinnovamento.

Se il bilancio morale si conclude con l'insediamento di questo Consiglio, quello finanziario del Consiglio provvisorio, le cui entrate furono costituite in un primo tempo da una specie di gestione cumulativa con la Sezione Toscana prima della elezione delle sue cariche direttive, e successivamente della non richiesta, ma ispirata erogazione di lire 10.000 della Sezione di Catania, si chiude con un avanzo di lire 6000, dedotte le spese postali e telegrafiche documentabili. Non abbiamo cioè né accumulato, né nascosto, né sperperato i talenti donatici dalla Provvidenza.


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Copyright AIB 1997-03-22, ultimo aggiornamento 2000-01-20, a cura di Alberto Petrucciani
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