Professionalità e deontologia del bibliotecario:
il contributo di Virginia Carini Dainotti e il dibattito degli anni Sessanta e Settanta

di Alberto Petrucciani

L'organizzazione di un convegno su "Virginia Carini Dainotti e la politica bibliotecaria del secondo dopoguerra", e quindi di una impegnativa occasione di riflessione su una figura e un periodo così vicini a noi e nello stesso tempo quasi dimenticati o comunque assenti dai dibattiti attuali, è stata a mio parere una scommessa coraggiosa, che a posteriori si può dire lungimirante e pienamente riuscita. Il convegno udinese ha costituito quindi lo stimolo, per me e per altri relatori e partecipanti, per riesaminare un periodo di storia recente della professione bibliotecaria, spesso noto in maniera piuttosto sommaria e in gran parte indiretta.

"Storia della professione bibliotecaria" è un'etichetta non molto attraente, eppure espressioni a prima vista più presentabili come "storia delle biblioteche" e "storia della biblioteconomia" mi sembra che rivelino, in un caso come questo, limiti e sfocature, dato che pongono in primo piano gli istituti o le teorie piuttosto che il più degno e interessante oggetto di storia, ciò che donne - come in questo caso - e uomini hanno fatto nel mondo e nel tempo.

L'angolazione che ho scelto è quella della professionalità e della deontologia: quindi un'angolazione a prima vista "minore", rispetto per esempio ai grandi temi della biblioteca pubblica "istituto della democrazia" e della costruzione di un servizio bibliotecario nazionale. Eppure questa angolazione si è rivelata, almeno a mio modo di vedere, una sorta di specchio in cui si trovano riflessi in maniera nitida e fortemente problematica nodi che bibliotecari e biblioteche italiane hanno cercato di affrontare allora - particolarmente negli anni Sessanta - e che si ripresentano con particolare attualità oggi.

Punto di partenza non può non essere il corposo saggio consegnato da Virginia Carini Dainotti agli Studi di biblioteconomia e storia del libro in onore di Francesco Barberi (datati 1976 ma usciti l'anno seguente), dal titolo Appunti sull'ideologia della biblioteca pubblica e sulla deontologia del bibliotecario-animatore di cultura 1. In altre circostanze verrebbe da definirlo il suo testamento professionale: ma al di là del dato biografico non c'è nessun ripiegamento all'indietro, il discorso è rivolto in maniera stringente all'attualità e al futuro della biblioteca pubblica.

Virginia Carini Dainotti si inserisce, col suo piglio così caratteristico, nel dibattito sui grandi temi della democrazia e della libertà, e in particolare del diritto all'informazione, scegliendo come propri interlocutori (e bersagli polemici, ça va sans dire) i migliori pensatori della sinistra, da Norberto Bobbio a Lelio Basso. Se il diritto all'informazione è condizione necessaria a una società democratica, la biblioteca pubblica, così come è stata definita e tratteggiata negli standard pubblicati dall'AIB nel 1965 2, si propone come «uno degli istituti capaci di realizzare quel diritto, a condizione tuttavia che siano discusse e elaborate le norme politico-istituzionali di garanzia della sua attività».

Particolarmente illuminante è il paragrafo intitolato L'informazione e la "verità". Come dirà più tardi il prof. Indiana Jones per l'archeologia, la biblioteca pubblica non si occupa della verità: «La biblioteca pubblica non conosce la verità, non è depositaria della verità, non ha mai preteso di comunicare la verità, bensì assume come proprio compito di aiutare ciascuno nella ricerca della sua verità assicurandogli la concreta possibilità di conoscere, su ogni questione controversa, tutti i punti di vista e tutte le opinioni». La signora Carini ha buon gioco nel mostrare l'intrinseca debolezza dei richiami alla verità o all'obiettività dell'informazione, o della distinzione fra "fatti" e "commenti". Il diritto all'informazione, quindi, può essere inteso solo come «diritto di accesso» - effettivo per tutti - «ad una pluralità di informazioni».

Dalla biblioteca al bibliotecario: Il bibliotecario educatore si intitola il paragrafo successivo. «Si ripete da anni e da ogni parte - scrive Virginia Carini Dainotti - che il bibliotecario è un educatore. È una definizione che non mi piace [... ]. Il bibliotecario della biblioteca pubblica non ha "precetti" da impartire né "abiti buoni e virtuosi" da far indossare: negli scaffali della sua biblioteca cercano posto tumultuosamente i portatori dei più diversi "precetti", e indossano abiti delle più varie fogge e colori, così come diversa, per precetti e per abiti, è la comunità che circonda la biblioteca e che la mantiene con le tasse. In quel disordine vivo, e gravido di vita, il bibliotecario non sta come un educatore; ma neppure sta come il negoziante che dagli stigli ben forniti estrae e consegna con indifferenza i prodotti di cui dispone. Il suo compito non è di educare, ma è di provocare; non di amministrare e somministrare la "verità", ma di ingenerare il dubbio e di incoraggiare la ricerca e il confronto: "audita altera parte", questo principio del diritto romano è la chiave della sua professione e la materia del suo insegnamento».

Il tema del "bibliotecario educatore" in effetti ritorna spesso nella letteratura professionale di quegli anni. Il noto saggio di Barberi che reca proprio questo titolo argomenta e discute finemente la funzione educativa della biblioteca, le forme che può assumere e il ruolo del bibliotecario, i suoi doveri di imparzialità e obiettività, la "cautela" e la "discrezione" dei suoi interventi 3. Molto più diretta è una sua "scheda", datata 1972: «Si vorrebbe il bibliotecario neutrale come il giornalaio, che vende anche riviste pornografiche. Ma il bibliotecario non è forse un educatore? E prima di mettere i libri a disposizione del pubblico non li sceglie forse sul mercato, esercitando così una funzione di filtro? È un problema dibattuto da decenni, ma tuttavia non risolto in questa società disorganica. Altrove le cose stanno diversamente: biblioteconomia e sociologia s'integrano, cooperano a uno stesso fine. Ciò è affermato non soltanto dal sovietico Cˇubarian ma, con intonazione diversa, anche da illustri bibliotecari americani. Il Cˇubarian afferma candidamente: "the so-called freedom of choice of books cannot justify the antisocial essence of distributing books corrupting people's minds and rearing base instincts" [...]. Una selezione dei libri, anche in senso ideologico, soprattutto antimarxista, si opera nelle biblioteche pubbliche americane e della Germania Occidentale come in senso contrario, più apertamente e rigorosamente, nei paesi socialisti. Né c'è da stupirsene: si tratta di società organiche, le quali in forma più o meno rozza, anche per mezzo della biblioteca perfettamente integrata nel sistema, difendono e promuovono una particolare acculturazione; senza di che è il caos, come per l'appunto in Italia» 4. La seduzione inquietante della biblioteca ideologicamente integrata, in effetti, serpeggia nella letteratura professionale degli anni Sessanta e Settanta, soprattutto nella più impegnata 5.

Se non disdegna le schermaglie teoriche, Virginia Carini Dainotti guarda soprattutto a come attrezzarsi pragmaticamente per rischi concreti. Subito, infatti, ricorda che nella pratica il bibliotecario «sarà sempre inevitabilmente condotto a misurarsi con tre avversari, l'autorità da cui dipende, la comunità in cui opera, le proprie tentazioni». «Nella repubblica ideale - continua l'autrice - l'amministrazione locale, che istituisce e mantiene la biblioteca pubblica, sebbene sia espressa da una maggioranza, non dimentica mai neppure un momento di rappresentare tutta la comunità e quindi opera nel rispetto più profondo del pluralismo e dei diritti della minoranza [...]. Nella realtà però le cose vanno diversamente e l'amministrazione locale, che si sente acutamente come espressione della parte vincente, si sforza di fare della biblioteca pubblica uno strumento della propria verità. Di qui interferenze e pressioni sia per escludere i libri e i giornali che rappresentano punti di vista diversi e contrastanti, sia per impedire che la biblioteca, nella sua attività di animazione culturale, affronti temi controversi e dia spazio alle opinioni opposte. Le interferenze e le pressioni si eserciteranno poi anche sulle scelte in materia di personale o sulle decisioni in materia di finanziamento, e alla prepotenza ideologica potranno intrecciarsi altri motivi anche meno confessabili [... Per esempio] spesso gli eletti della comunità hanno affidato la biblioteca non con il criterio della competenza ma per motivi clientelari, e comunque non a tecnici ma a persone inadatte o incapaci». Anche il bibliotecario appartiene allo stesso mondo: «spesso il bibliotecario è diventato tale per caso, per avere un posto e uno stipendio; nell'impossibilità di procurarsi una formazione professionale, poiché manca ancora in questo paese una scuola del bibliotecariato, ha affrontato il suo lavoro senza inquadrarlo in una prospettiva di ordine teorico; in molti casi, dopo mesi o anni di impiego, non ha ancora realizzato che la sua biblioteca è profondamente diversa da altre biblioteche, non ne ha ancora penetrato la filosofia e quindi non ne ha dedotto per sé un codice di comportamento. Poiché vive nel suo tempo e ne condivide le passioni, è continuamente tentato di avvalersi dei suoi rapporti con la gente, e del prestigio che gli conferiscono la cultura e la conoscenza dei libri, per propagandare le sue idee personali; di stabilire secondo le sue idee personali rapporti preferenziali con particolari gruppi di utenti; di affermare le sue idee personali nella scelta dei libri e degli altri materiali, o nella scelta dei temi e nell'organizzazione delle manifestazioni culturali. E se ha le piccole ambizioni e le piccole viltà di ognuno di noi, può essere indotto a conformarsi agli indirizzi e agli interessi dell'autorità da cui dipende, ovvero, con un altro tipo di conformismo, a conformarsi agli umori dei gruppi più rumorosi e avventurosi presenti nella comunità. E se è animato da spiriti generosi e da passione sociale, può essere indotto a credere delegato al suo istituto il compito di partecipare, anche sul piano pratico, alle rivendicazioni e alle battaglie dei gruppi emarginati o protestatari della comunità, senza rendersi conto che la biblioteca pubblica opera certamente a favore di quei gruppi poiché la mancanza di cultura, di informazione e di partecipazione culturale sono una componente non trascurabile della loro condizione; ma non può procedere oltre i suoi confini istituzionali, non può sostituirsi ad altri istituti, non può svolgere un'azione che presuppone una scelta di campo e l'adozione di una tesi come "verità"».

Non sono questioni ovvie né sorpassate. Basta ricordare la vivace discussione che si è svolta sulla lista dei bibliotecari italiani, AIB-CUR, nell'aprile scorso, a proposito della guerra nella ex-Jugoslavia, il disorientamento di tanti colleghi anche preparati ed esperti, la mancanza di punti di riferimento per distinguere - in maniera non sempre facile ma necessaria a chi ha la responsabilità di un servizio pubblico - fra lo spazio del proprio impegno personale e i compiti dell'istituzione, fra le funzioni di una biblioteca "di tutti e per tutti" e quelle di organizzazioni e movimenti politici che hanno invece lo scopo - altrettanto lecito e anzi utile allo sviluppo di una società democratica - di promuovere fra i cittadini una particolare posizione politica o un particolare orientamento ideale. Distinguere, quindi, fra ciò che il bibliotecario può e deve fare "come bibliotecario" e ciò che lo riguarda come cittadino e come persona umana.

Punto di riferimento, secondo Virginia Carini Dainotti, possono essere soltanto gli standard professionali, in particolare là dove definiscono i criteri di selezione del materiale, quelli accettabili e quelli da respingere, e delimitano l'autonomia del bibliotecario rispetto all'autorità politica e agli eventuali organi collegiali che lo affiancano. Gli standard del 1965, da lei stessa citati, recitano: «Nell'attività di informazione, di consulenza e di guida alla lettura, come nell'attuazione del suo programma culturale, la biblioteca pubblica deve attentamente evitare di dire a chiunque che cosa deve leggere e che cosa deve pensare; ma deve assolvere il compito di assistere ciascuno nello sforzo che fa per decidere da sé che cosa deve leggere e che cosa deve pensare. A questi principi deve essere ispirata anche la scelta dei libri. La biblioteca pubblica deve provvedere al suo pubblico una letteratura di buona qualità, la migliore qualità che esso può assimilare; nei limiti dei fondi disponibili deve cercare di assicurare ai suoi lettori la più ampia documentazione sul maggior numero di soggetti e, nel settore dell'informazione, deve acquisire materiale che rappresenti tutti i punti di vista con la sola condizione che contenga un'onesta esposizione dei fatti» 6.

Su quest'ultima clausola, naturalmente, occorrerebbe soffermarsi, come sulla questione, molto dibattuta allora e poi, del ruolo di commissioni e comitati di biblioteca, ai quali gli standard del 1965 prevedono che possa essere affidata la definizione dei criteri di selezione e acquisizione del materiale (non la scelta dei singoli libri). Il regolamento tipo elaborato a seguito degli standard, diffuso nel 1971, ribadirà un principio che ancora oggi vorremmo vedere nero su bianco: «Tali criteri [...] non potranno comunque contraddire al principio generale che ogni biblioteca pubblica, nei limiti dei fondi disponibili, deve cercare di assicurare al pubblico la più ampia documentazione sul maggior numero di soggetti e, sugli argomenti controversi, deve acquistare materiale che rappresenti tutti i punti di vista» 7.

È in questo contesto che si situa la proposta di «una dichiarazione formale di morale professionale nella quale il bibliotecario potrebbe trovare di volta in volta un ammonimento, un incoraggiamento o una difesa» 8. Il saggio si conclude quindi con la proposta di un articolato di codice deontologico, anche se presentato come semplice suggerimento, rivolto in primo luogo all'Associazione.

I cinque punti della proposta, ispirati essenzialmente alla dichiarazione di principi dell'American Library Association (Library bill of rights), riprendono in gran parte le tematiche fin qui esposte. In particolare, nell'art. 2 si legge: «Nessun autore e nessun editore può essere escluso o rifiutato in base a distinzioni di razza, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o d'altro genere, di origine nazionale o sociale». In forma più sfumata, viene esclusa anche la discriminazione fra diverse forme di comunicazione: «La biblioteca pubblica promuove l'estensione del diritto di informare, dalla parola scritta a tutte le forme di espressione, e a tutte le manifestazioni della creazione intellettuale ed artistica». E se questa equiparazione della discriminazione dei mezzi espressivi a quella degli autori può sembrare eccessiva, ricorderei che negli anni scorsi almeno due volte i bibliotecari si sono trovati di fronte a censure "di genere" (letterario), relative ai fumetti e ai gialli, ritenuti materiali inadatti o impropri per una biblioteca pubblica 9.

Nell'art. 3 si richiama l'imparzialità della biblioteca: «la biblioteca pubblica non ha tesi da difendere o verità da imporre, non assume la difesa delle idee espresse nei libri e negli altri materiali che raccoglie, rifiuta la pratica della discriminazione sia nei confronti degli autori, sia nei confronti degli utenti. La discriminazione nei confronti dei libri e degli altri materiali è un tentativo di prevenire o di plagiare il giudizio del lettore e come tale è una pratica inaccettabile di censura. La discriminazione dei confronti degli utenti è, prima che incostituzionale, incompatibile con gli ideali democratici e lesiva dei diritti di libertà». Nell'art. 4, si afferma che «Il bibliotecario [...] ha l'obbligo di resistere a qualsiasi pressione o minaccia rivolta ad ottenere che la scelta dei libri e degli altri materiali, e l'attività culturale della biblioteca, siano condizionati dall'accettazione di una "verità di parte", sia pure la verità della più larga maggioranza. Invece, nella scelta dei libri e degli altri materiali, deve tener conto delle qualità intrinseche di interesse informativo, di onestà e accuratezza nella ricerca, di lealtà e civiltà nell'esposizione, e insomma del livello qualitativo del materiale, che deve sempre rappresentare, sui temi controversi, le opinioni diverse e anche opposte. Allo stesso modo l'attività culturale deve assicurare la presenza e il confronto di diverse posizioni e opinioni». «La tentazione di discriminare o censurare - conclude questo articolo - non è soltanto presente nell'autorità da cui la biblioteca pubblica dipende; ma è in ciascuno di noi: è un impegno etico per il bibliotecario sottrarvisi con una quotidiana disciplina».

Nell'ultimo articolo, relativo ai rapporti con la comunità, si nota in particolare che «Il bibliotecario ha anche l'obbligo di operare concretamente perché la biblioteca pubblica divenga e rimanga il centro culturale di tutta la comunità, luogo d'incontro e di convivenza di tutti i cittadini e di tutte le opinioni. A questo fine deve riuscire ad evitare che gruppi maggioritari, o semplicemente più aggressivi, con atteggiamenti o interventi intolleranti intimidiscano i singoli e i gruppi che si sentono portatori di opinioni minoritarie o contestate, e li inducano a disertare la biblioteca pubblica e le sue manifestazioni culturali, ovvero a rinunciare ad esporre e a difendere le loro opinioni». Punto che vorrei sottolineare, per inciso, perché se possiamo dire che oggi le manifestazioni di intolleranza e di intimidazione ideologica siano poco frequenti, è invece solo in questi ultimissimi anni che abbiamo "scoperto" - almeno ufficialmente, perché il pensiero biblioteconomico è piuttosto pudibondo - che i diversi tipi o fasce di pubblico tendono spesso a respingersi o almeno ad evitarsi.


Il denso saggio di cui abbiamo fin qui seguito lo sviluppo ripercorre temi a cui Virginia Carini Dainotti si era dedicata con «intransigente fedeltà» 10 per oltre vent'anni, almeno da quando, al principio degli anni Cinquanta, aveva concentrato la sua attività sui problemi della biblioteca pubblica e sulla creazione di una rete di servizi bibliotecari sul territorio, che diventerà poi il Servizio nazionale di lettura. Già in un importante intervento del 1958, per chiarire in poche frasi «i compiti e le funzioni della biblioteca pubblica come istituto», aveva dato una traduzione italiana del Library bill of rights dell'ALA (1948) 11.

Nel ben noto intervento del 1961, Lavorare per commissioni, che si legge tuttora con profitto, fra i compiti più urgenti aveva indicato quello di «preparare una specie di "decalogo del bibliotecario", un documento deontologico, una dichiarazione di morale professionale, che fissi e chiarisca la posizione e le responsabilità del bibliotecario nella società contemporanea» 12. Questa esigenza, ripresa nel congresso dello stesso anno, sarà poi fatta propria dalla commissione che elaborò gli standard del 1965, che così si espresse nella prefazione: «La preparazione del primo documento normativo sulle responsabilità e sui livelli di funzionamento della biblioteca pubblica, lungi dall'esaurire gli interventi dell'Associazione, ne ha dimostrato la necessità e l'urgenza. Vi sono infatti altri settori nei quali l'Associazione deve, senz'altro ritardo, affermare principi che valgano per tutta la professione e ne assicurino l'ordinato progresso. Di questi settori uno dei più vitali è quello della morale professionale giacché - in modo speciale per quanto concerne la biblioteca pubblica - lo Stato e gli enti locali difficilmente si indurranno a considerarla come un servizio pubblico finché non saranno chiaramente formulati i principi certi cui i bibliotecari devono ispirare la loro azione, al di fuori e al di sopra di ogni pressione di individui o di gruppi» 13. Il tema venne risollevato ancora da Virginia Carini Dainotti al XX Congresso dell'AIB, nel 1970 14, con la proposta di costituire un apposito gruppo di lavoro, e quindi in una delle mozioni conclusive del convegno ministeriale su "La biblioteca pubblica-centro culturale" (Roma, 12-17 marzo 1972) 15, ma nei fatti rimase lettera morta fino a ieri: solo nel 1994, più di vent'anni dopo, la questione è stata ripresa dall'Associazione e solo nell'ottobre 1997, al Congresso di Napoli, è stato varato, con approvazione unanime, il primo Codice deontologico del bibliotecario 16.

Nel frattempo, e sul piano dell'elaborazione teorica, Virginia Carini Dainotti nel secondo volume de La biblioteca pubblica istituto della democrazia dedicava un capitolo, Oggettività e imparzialità della biblioteca pubblica 17, a raccogliere documentazione - prevalemente ma non esclusivamente di origine statunitense - e riflessioni su quello che l'autrice stessa giudicava «uno dei temi più appassionanti posti alla società democratica dall'istituto della biblioteca pubblica», il problema, insomma, di come si concili la libertà del lettore con la scelta del libro affidata (e anzi riservata, come non ci si stancherà di ripetere) al bibliotecario. I punti di partenza sono come sempre pragmatici e realistici. «Non c'è dubbio - si ammetteva inizialmente - che, attraverso la scelta dei libri, la biblioteca esercita un'influenza sul suo pubblico e in qualche misura ne dirige le letture. Questa influenza è legittima finché resta nell'ambito dei fini educativi, e mira a raccogliere e ad offrire libri migliori nel pieno rispetto della personalità del lettore; non è più legittima quando sconfina nella volontà di determinare e vincolare ideologicamente e spiritualmente il lettore» 18. Riconosciuta realisticamente la «costante tentazione» delle autorità locali di legare la biblioteca «al loro credo politico, sociale e religioso», le difficoltà in cui poteva spesso venirsi a trovare il bibliotecario e i facili alibi a cui poteva appigliarsi («la biblioteca pubblica non è indipendente dalla società che la circonda», ecc.), occorreva tracciare «un confine sottile, ma certo» che distinguesse «il dovere della scelta, dell'orientamento e della consulenza al lettore dal riprovevole tentativo di non acquistare i libri di cui [non] si condividono le idee».

E a chi pensasse che si tratti di sottigliezze teoriche vorrei ricordare quanto scriveva pochi mesi fa uno dei bibliotecari più attenti a queste problematiche, Luca Ferrieri, a proposito di filtri e censure sulla navigazione in Internet nelle biblioteche pubbliche: «A chi obiettasse che il discrimine tra disincentivazione e censura è molto sottile potrei rispondere che è certo sottile ma decisivo, come lo è la differenza tra la scelta autonoma e professionalmente fondata di non acquistare certe opere e il soggiacere a una proibizione imposta dall'esterno per motivi politici o morali» 19.

Se è sottile, si è detto, eppure fondamentale, lo sforzo di distinguere fra le pratiche da respingere in quanto tali, perché censorie, e i criteri di valutazione che pure occorrono per la necessità - ovviamente di ordine economico, ma non solo - di selezionare il materiale da raccogliere e mettere a disposizione nella biblioteca pubblica, occorre intanto individuare con precisione le prime.

Significativo è l'accenno, nell'art. 3 della proposta di codice deontologico già citata, alle pratiche di labeling, espressione che la signora Carini traduce in maniera inequivocabile, già nel volume del 1964, con "discriminazione". Anche in questo caso si tratta di una problematica tuttora attuale - mi riferisco in particolare al dibattito sul rating delle risorse Internet - ma che allora, soprattutto in Italia, metteva in discussione una ancora fortissima vocazione pedagogica, una legittimazione del pregiudizio (in primo luogo morale, ma anche politico o estetico), che risaliva dritta dritta alla Controriforma.

Si legga, per esempio, il ricordo di Barberi del Comitato permanente di lettura istituito nel giugno 1945 a fini di epurazione presso l'Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche (ente fascistissimo, peraltro, con tipica contraddizione all'italiana). «Se vogliamo estirpare sul serio le radici di una mentalità e di un costume che per un ventennio hanno corrotto tanta parte del popolo italiano - ragionava Barberi -, dobbiamo agire con decisione anche nel campo del libro e della biblioteca popolare. La quale, avendo il compito di offrire il quotidiano alimento intellettuale alle classi meno colte, non può lasciar correre per le mani di lettori sprovveduti libri tendenziosi, inquinati da una concezione nefasta: questi libri vanno eliminati [...]. Incaricati di procedere all'esame del fondo librario in questione, ci siamo accorti presto dell'impossibilità di raggruppare i volumi in due sole classi (da assolvere o da condannare) [...]. Passando a considerare la categoria dei libri censurabili per l'autore, è raro il caso che un noto gerarca o un fascista fazioso abbiano scritto libri in sé non censurabili; tuttavia questo caso può presentarsi: non sembra pertanto opportuno applicare a tali opere la censura in odium auctoris [...]. Quanto alla categoria dei libri censurabili "per larghe sezioni" [...] in che modo, infatti, si potrebbero far scomparire o neutralizzare pagine intere o numerose frasi inneggianti al regime? Tale possibilità esiste invece per libri dell'ultima categoria, la più numerosa [...]. Non facile, purtroppo, se non si vogliono togliere dalla circolazione siffatti libri, è il problema pratico di come far scomparire quelle frasi, quei nomi, o neutralizzare almeno l'influenza dannosa che possono esercitare sul lettore [...]. Talvolta, se si tratta della dedica, della prefazione, dell'epilogo, di pagine fuori testo, le pagine si potrebbero asportare senza recar troppo danno al volume. È stato da qualcuno suggerito, per brevi frasi non aventi stretta connessione col testo, l'inchiostro indelebile; ma un tale metodo sembra di tempi remoti, e con lo stimolare la curiosità del lettore potrebbe risultare perfino controproducente. Forse la soluzione più efficace in tal caso consiste nell'aggiungere brevi postille marginali [...]: basterebbe talvolta una sola parola: "adulatore!", "ridicolo!", un ironico "infatti!", ecc. A una più matura riflessione, benché il problema pratico, di che cosa fare di tanti libri più o meno inquinati che circolano tra i giovani a migliaia di copie in biblioteche popolari, esista realmente, tuttavia non sarà con censure da Controriforma che si risolve il grave problema di educare il popolo e le giovani generazioni alla democrazia» 20.

Queste riflessioni a ruota libera, forse pubblicate da Barberi a distanza di tanti anni e in un clima così diverso proprio per restituire con immediatezza la mancanza di punti di riferimento di allora, mi sembrano estremamente interessanti appunto per tutto ciò che vi manca, ossia il metodo e il merito di una cultura e di una deontologia professionale, di cui già allora mi sembra esistessero tutti i presupposti. Opinione che naturalmente richiederebbe ben maggiore approfondimento, ma di cui vorrei sottolineare un punto fondamentale, e che forse basterebbe ad esimere dalla pur rapida analisi, che dovremo affrontare più avanti, del dibattito degli anni Settanta: perché la riflessione bibliotecaria non costituisca un mero riporto, particolarizzato e impoverito, dell'evoluzione sociale e del dibattito culturale del tempo, e quindi la biblioteca non sia semplicemente terminale passivo, perciò inevitabilmente marginale, delle grandi dinamiche sociali, essa deve riuscire a individuare un suo punto di vista e approccio ai problemi, a dare un suo contributo a questo stesso dibattito.

Nell'esempio ora scelto, questo contributo consiste in primo luogo nell'identificare come proprio compito la formazione e lo sviluppo delle raccolte per l'uso del publico (e quindi anche il loro turnover attraverso lo scarto), non il controllo della produzione e della diffusione del libro. Per un bibliotecario il problema è quindi innanzitutto quello di individuare, acquisire e mettere a disposizione altri testi e altre opere, a partire naturalmente da quelle prima proibite o introvabili e da quelle che iniziavano a sorgere dall'esperienza del fascismo, della guerra e della Resistenza. Ovviamente queste cose Barberi le sapeva benissimo. «Per difendersi da un libro cattivo ce ne vuole uno buono»: sono parole di un bibliotecario americano citate proprio in Bibliotecario educatore. E più ampiamente, nella stessa sede, Barberi scriveva: «Per vincere questa tentazione, che può trovare alimento perfino nella sua vocazione di educatore, il bibliotecario farà bene a tener presente un dato di fatto obiettivo: che la biblioteca non appartiene a lui (semmai è vero il contrario) ma ai cittadini, i quali in una forma o nell'altra la sovvenzionano. Essi, i soli padroni della biblioteca, hanno diritto di trovarvi i libri che rispecchiano le proprie idee; il bibliotecario avrà quello, che sarà piuttosto un dovere, di scegliere di tali idee le espressioni più valide. Col dare a tutte eguale diritto di cittadinanza, col solo collocarle l'una accanto all'altra nei libri che le contengono, con lo stimolare nel lettore la curiosità intellettuale, col favorire l'incontro, l'approfondimento delle idee il bibliotecario sfida l'onestà intellettuale, l'acume dei lettori e il loro coraggio nella disinteressata ricerca del vero» 21.

Ma la teoria, evidentemente, non basta, se non si traduce in punti di riferimento solidi e consequenziali. Il cul de sac in cui si arenano le riflessioni di Barberi sull'epurazione - scelte sempre come testimonianza di mentalità profondamente radicate anche nelle intelligenze più lucide, al di là della marginalità dell'episodio - può essere illuminato anche da un'altra prospettiva. Asfittica non è solo la concezione delle raccolte, ma soprattutto, più in generale, l'ottica della "biblioteca popolare", in cui queste riflessioni implicitamente si collocano. Biblioteca popolare che aveva avuto in Italia un'evidente funzione propulsiva, mettendo in discussione l'unicità del modello della biblioteca erudita («i ceti colti hanno la loro biblioteca, abbia il popolo le sue», con le parole del primo Fabietti) e mostrando che era possibile raggiungere un impatto sociale tutto nuovo e rilevantissimo, ma che non era riuscita poi a uscire da una opprimente dimensione pedagogica e ideologica, comunque da un particolarismo culturale e sociale. E che questa dimensione ideologica fosse riformatrice o conservatrice - notava seccamente la Carini - faceva poca differenza 22.

Uno dei non piccoli meriti dell'opera di Virginia Carini Dainotti sta certamente nell'aver cercato, con tutte le sue forze, di portare anche in Italia non solo il concetto, ma proprio l'espressione biblioteca pubblica. In Lavorare per commissioni una secca nota recita che «L'espressione "biblioteche pubbliche" è sempre usata da me in senso proprio per indicare quelle biblioteche, dello Stato o di altri enti, che hanno carattere di biblioteche di cultura generale e di biblioteche per tutti» 23. Ma è da rileggere, nello stesso intervento, tutta la sacrosanta polemica contro la divisione di biblioteche e bibliotecari per amministrazione di appartenenza invece che per funzioni degli istituti bibliotecari. Qualche anno fa Luigi Crocetti ci ha regalato un prezioso aneddoto, la lettera che la signora Carini scrisse nel 1958 alla redazione della neonata Bibliografia nazionale italiana per contestare la traduzione della vedetta "Public libraries" della Classificazione decimale Dewey con "Biblioteche popolari". «L'autore di tanto strafalcione - scrive Crocetti - era forse (non ricordo bene, sono passati anni innumerabili) chi vi sta davanti. Naturalmente, se è così, ne è pentito. La biblioteca pubblica istituto della democrazia e La biblioteca pubblica in Italia tra cronaca e storia erano di là da venire; ma nulla giustifica l'identificazione tra biblioteca popolare (italiana) e ciò che Inglesi e Americani chiamano public library» 24.

Eppure, ancora negli anni Sessanta e negli anni Settanta (qualche volta persino oggi, bisogna tristemente constatare) permangono fortissime resistenze ad accettare il termine biblioteca pubblica nel valore che ha per i bibliotecari di tutto il mondo. E, in tanti paesi, anche per i cittadini. Negli anni Sessanta perfino un Barberi si attarda in impossibili recuperi della subalterna "biblioteca popolare" o della biblioteca pubblica di alta cultura (quella di Angelo Rocca, per intenderci, ma sono passati diversi secoli e non del tutto invano) 25. L'Italia era già cambiata, molto di più di quanto i bibliotecari legati all'idea di "biblioteca popolare" comprendessero, e in altri campi se ne vedevano già i risultati: per esempio nell'editoria, con gli Oscar Mondadori (lanciati nel 1965 e ben diversi dalla BUR del 1949), e perfino nella scuola, con la media unificata (1962) 26. La tendenza a definire come "pubblica" la biblioteca erudita (aperta sì a tutti - o per essere più esatti a tutti gli adulti, il che è già un evidentissimo limite - ma sicuramente non rivolta a soddisfare equamente le esigenze di tutti), e viceversa a connotare come "popolare" o "di pubblica lettura" un servizio più ampio, così come, su altro piano, il pigro aggrapparsi alle tipologie amministrative 27, erano e sono atteggiamenti conservatori e perdenti, perché occultano il problema centrale - e tuttora irrisolto nella maggior parte del paese - di servizi bibliotecari pubblici effettivamente rivolti all'intera comunità, che cerchino di rispondere equamente alle sue diversificate esigenze, e non solo ad alcune nicchie più o meno acquisite (gli studiosi, gli studenti, magari anche segmenti della popolazione anziana), e riescano quindi a sfondare il muro di un'utenza che raramente supera il 10% della popolazione (e nella maggior parte dei casi resta al di sotto) 28.

Tornando all'episodio raccontato da Barberi, credo che da esso emerga - dopo i due livelli che abbiamo visto, di politica di formazione delle raccolte e di definizione delle funzioni della biblioteca pubblica - ancora un altro livello di analisi necessario, quello che passa dagli strumenti biblioteconomici ai principi professionali, e quindi alla deontologia del bibliotecario.

Ci sono già - c'erano in parte già allora, sicuramente ci sono ora - dei "paletti" che la professione bibliotecaria ha fatto propri, compreso il rifiuto della censura e della discriminazione, quindi questi comportamenti sono (e devono restare) fuori dalla pratica professionale. Non sto raccomandando il ritorno al principio di autorità, naturalmente: questo è piuttosto un principio di professionalità. La differenza sta nel fatto che i principi professionali non sono immodificabili e non poggiano su un'autorità esterna o astorica, bensì sull'elaborazione e sul consenso raggiunti dalla professione stessa. Ma siamo nell'ambito di una professionalità solo se su di essi ci si basa e da essi si parte, con tutta la libertà naturalmente di discuterli e promuovere il cambiamento di questi stessi principi o delle pratiche in cui si traducono. Anche se le regole possono essere spesso - diciamo anche sempre - discutibili e imperfette, senza di esse non c'è professione, si regredisce alla condizione del guaritore (nel caso migliore) o del ciarlatano (nel peggiore).

La pratica della discriminazione, per esempio, è stata per molto tempo data per scontata dalla letteratura biblioteconomica italiana, anche la migliore, senza che nemmeno si ponesse il problema di cercare criteri obiettivi e condivisibili di applicazione. «Naturalmente - scriveva per esempio Vittorio Camerani nel primo e tuttora unico manuale italiano dedicato al servizio pubblico - il bibliotecario accorto non mancherà di vagliare la richiesta e il richiedente e di negare, qualora il caso lo richieda, quello che per fondati e seri motivi non potrà concedersi [...]. In due casi soltanto il bibliotecario deve intervenire decisamente e cioè qualora si tratti di opere di riconosciuto e indubbio contenuto contrario alla morale, o di opere riflettenti teorie politiche e sociali sovversive e contrarie ai sani principi che informano la vita italiana odierna. Tali scritti saranno, com'è consuetudine, conservati in scaffali separati chiusi a chiave, la quale sarà tenuta dal bibliotecario, e saranno concessi in lettura solamente in determinati casi, quando il bibliotecario sarà ben certo che il richiedente è uno studioso serio, che può fondatamente dimostrare la necessità e gli scopi dei suoi studi e delle sue ricerche» 29. «Il problema della censura - scriveva trent'anni dopo Rinaldo Lunati nell'ottima monografia su La scelta del libro -, se ci poniamo dal punto di vista culturale, non ha nessuna ragione di esistere perché la cultura, quella vera, offre le sue proprie ragioni di validità e se un Moravia rappresenta artisticamente un'autentica espressione, non potrà essere escluso, anche se parrà doveroso, per ragioni morali, regolarne l'uso» 30.

Al di là del merito delle singole posizioni, dei contesti storico-politici e delle innegabili difficoltà di raggiungere e mettere in atto principi operativi condivisi, quello che colpisce è il mancato riconoscimento di questo stesso obiettivo. Mentre la mancanza di una capacità di autoregolazione, sulla base di criteri definiti in maniera il più possibile obiettiva e verificabile, mina evidentemente l'autonomia della professione e il suo stesso proporsi come tale, costituendo una posizione di debolezza pagata non solo da ciascuno, nel suo singolo contesto operativo, ma dalle stesse biblioteche in quanto istituzioni sociali.

Anche in questo caso possiamo aggiungere che Barberi sapeva benissimo - anche se non lo coglieva in questa occasione - quanto fosse importante la capacità della professione di agire collettivamente. In una brusca scheda del 1974 scriveva: «Infantilismo di bibliotecari, soprattutto intellettuali, nel giudicare l'Associazione professionale, alla quale non intendono iscriversi: è corporativa, è politicizzata, è succube del Ministero. Succubi, sempre più, saranno i bibliotecari isolati» 31. Ma l'esistenza di un'Associazione non basta, occorre anche che questa raggiunga lo scopo di definire le regole di buona pratica professionale e che si saldino la sua capacità di rappresentare la professione davanti alle autorità e all'opinione pubblica e la coerenza dei bibliotecari nel fare riferimento ad esse 32. Al contrario - e per quanto sia banale ricordarlo - se non esistono regole condivise anche formalmente, è inevitabile che i comportamenti manchino di punti di riferimento e che proposte, proteste o manifestazioni di solidarietà suscitate da singoli episodi risultino inquinate dalle circostanze particolari o dalle coloriture ideologiche.

Vorrei sottolineare che il ruolo di leadership dei nostri colleghi americani sui temi della discriminazione e della censura, che si è manifestato ancora di recente con la riuscita opposizione a una legge sul controllo dell'accesso a Internet 33, ha le sue radici in una pratica professionale matura, piuttosto che in una base culturale più avanzata rispetto a quella del bibliotecario europeo o italiano. Pratica professionale matura, in questo caso, significa pratica del dibattito aperto e soprattutto del confronto di esperienze concrete, della messa a punto di linee di condotta esplicite e della loro sperimentazione e valutazione sul campo. E l'esito di questo percorso non può che essere quello che riassumeva già nel 1924 una bibliotecaria americana: censura e discriminazione, nella loro attuazione concreta, sono sempre «futili, impraticabili e pericolose» 34.

L'ultimo punto di riferimento da mettere in evidenza, e che si salda a tutti quelli fin qui ricordati, è la dimensione risolutamente sovranazionale della professione. Se talvolta lo spicciativo americanismo di Virginia Carini Dainotti, per esempio nei dibattiti dei congressi AIB su questioni di catalogazione, poteva e può risultare irritante, occorrerà pur ricordare e riconoscere che sui grandi temi a cui si è accennato fin qui esisteva a livello internazionale e nei paesi più progrediti un corpo di realizzazioni pratiche e di acquisizioni di principio a cui nel nostro paese faceva riscontro ben poco.

«Il nostro tempo - notava per esempio la signora Carini nella sua relazione al Congresso AIB del 1956 - è caratterizzato dal progressivo indebolimento delle barriere nazionali; forse il mondo si avvia veramente a ricomporsi in comunità più ampie [...], certo nessun problema oggi può essere più considerato sotto il solo aspetto nazionale [...]. Perciò credo che noi possiamo rallegrarci nel constatare che, nel settore delle biblioteche, quanto abbiamo fatto o ci proponiamo di fare coincide pienamente con la "via europea" della diffusione della cultura e della civilizzazione per mezzo del libro. Se non parlo di una "via mondiale", è solo perché il paradigma dell'organizzazione statunitense della biblioteca di pubblica lettura resta per ora una meta troppo lontana cui solo le prossime generazioni dei bibliotecari italiani potranno avvicinarsi; ciò non toglie che la strada per cui ci siamo messi, noi e gli altri paesi d'Europa, sia la stessa che i bibliotecari americani imboccarono più di un secolo fa» 35. Nei suoi interventi, come in quelli di Renato Pagetti, è costante il richiamo all'adesione dell'Italia all'Unesco e dell'Associazione italiana biblioteche all'IFLA, e quindi l'esigenza di rispettare e diffondere anche nel nostro paese i principi di politica e di organizzazione bibliotecaria elaborati e sanciti sul piano internazionale, dai quali dovevamo sentirci anche noi impegnati (con la libertà, naturalmente, di contribuire alla loro elaborazione e al loro sviluppo, forze e capacità permettendo) 36.

Di contro alla lucidità di obiettivi di Virginia Carini Dainotti - con le sue stesse parole, lo sforzo di «assicurare anche al nostro paese servizi bibliotecari di livello europeo» 37 - appaiono dettate da un provincialismo un po' patetico le rivendicazioni della particolare tradizione storica delle nostre biblioteche civiche, in accaniti dibattiti come quelli dedicati agli standard nel Congresso di Spoleto del 1964 38, e ci appaiono oggi abbastanza comiche le pretese di qualche baldo giovanotto, nel decennio successivo, di trinciare giudizi sui "limiti" della biblioteca pubblica di tradizione anglosassone. Limiti che c'erano e ci sono, ovviamente, ma che solo una comunità professionale consapevole ha i mezzi e le forze per individuare, discutere e spostare in avanti.

La cesura della tradizione bibliotecaria italiana nel corso degli anni Settanta, come vedremo, ha comportato anche un certo isolamento dalla comunità professionale internazionale, dopo gli sforzi fatti soprattutto negli anni immediatamente precedenti e che sono particolarmente legati al nome di Pagetti. Come per le tematiche della deontologia professionale, solo negli anni Novanta i bibliotecari italiani e la loro Associazione hanno iniziato a risalire faticosamente questa china, in gran parte sotto la spinta della Comunità europea e dei suoi programmi, raccolta inizialmente, non a caso, da quei pochissimi bibliotecari che per ragioni professionali o culturali avevano continuato a sentirsi europei. Negli ultimi anni è molto cresciuta la consapevolezza di far parte di una comunità professionale internazionale, come mostra per esempio la tempestiva traduzione e diffusione dei più importanti documenti dell'IFLA, ma è ancora modesta la nostra capacità di partecipare propositivamente alle attività europee e internazionali.

Ricostruiti fin qui, con i principali interventi e qualche aneddoto, i punti di riferimento fondamentali di professionalità e deontologia del bibliotecario della biblioteca pubblica - nel quadro di quello che poi Crocetti definirà persuasivamente come il suo "primato" - non mi sembra che sia il caso di soffermarsi sulla cronaca delle discussioni di queste stesse tematiche, spesso molto vivaci, che attraversano la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Una cronaca, diciamolo subito, spesso francamente disperante per provincialismo e pressappochismo, in cui cambiano gli uomini, le provenienze e le bandiere ideologiche, dagli oscuri burocrati dell'Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche fino ai brillanti maîtres à penser della sinistra, ma ritornano le stesse cartine di tornasole 39. Innanzitutto, si è detto, il provincialismo, attraverso il richiamo astratto alla grande tradizione culturale nazionale, il sonnolento conservatorismo di molte istituzioni erudite municipali (in rivolta al pensiero che queste potessero diventare - come è oggi pacifico - sezione di una biblioteca pubblica moderna), il localismo (che spesso suona oggi come un leghismo ante litteram), il velleitarismo, nel tentativo di proporre e accreditare - in alternativa (non importa se conservatrice o barricadera) alla biblioteca pubblica come istituto storicamente e professionalmente determinato - modelli più "aderenti" o "rispondenti" alla realtà italiana, che dovrebbero risultare nuovi ma finiscono per riproporre sempre gli stessi limiti. Tra questi, innanzitutto la compartimentalizzazione della cultura, la creazione di istituzioni separate invece della democratica permeabilità di interessi, materiali documentari e spazi, e in secondo luogo la vocazione pedagogica, e quindi la concezione "monodimensionale" del pubblico ideale: sia l'onesto lavoratore che vuole elevare la sua condizione, di buona memoria ottocentesca, o la classe operaia in rivolta, questo pubblico non è mai composto da uomini, donne e bambini (bambine) reali, attraversati da infinite differenze di interessi, di opinioni, di stili e tempi di vita.

Altro tratto caratteristico è la mancanza del senso delle dimensioni (quantitative) del problema, e più in generale di un atteggiamento scientifico e di confronto con i fatti, sia per la programmazione che per la valutazione delle iniziative 40.

Particolarmente insidioso, poi, è il ricorrente riferimento all'iniziativa "dal basso" e soprattutto al ruolo dell'associazionismo e dell'azione di privati, forze politiche o sociali e istituzioni culturali, perché tradisce soprattutto nella sinistra l'incomprensione di cosa significhi "prendere sul serio" i diritti del cittadino e la carenza di una concezione del servizio pubblico, che rischia di tradursi nella dinamica tipicamente italiana della "lottizzazione", ossia del drenaggio di risorse pubbliche dai possibili servizi per tutti al sostegno (non importa se clientelare, spartitorio, "pluralista" o "alternativo") di una proliferazione di iniziative inconsistenti e separate, di nicchie e di ghetti. Istruttivo, da questo punto di vista, è lo sproporzionato rilievo assunto dall'esperienza della Biblioteca di Dogliani, da un punto di vista tutto ideologico e senza riscontri di fatto, come notava per esempio acutamente Balsamo, sottolineando l'assenza della problematica della cooperazione e del sistema, indispensabile invece in una concezione moderna della biblioteca pubblica 41.

Prima di tirare le somme di questa rapida e assai sommaria ricostruzione vorrei segnalare un documento di rara freschezza e pregnanza del dibattito degli anni Settanta sui temi che più ci riguardano, lo smilzo opuscoletto della Biblioteca provinciale di Foggia (una delle biblioteche pubbliche allora più vivaci) che raccoglie gli interventi a una tavola rotonda dedicata nel 1977 al recente pamphlet di Giulia Barone e Armando Petrucci, Primo: non leggere, con la partecipazione dello stesso Petrucci, di Giorgio de Gregori, Franco Balboni, Angela Vinay e Virginia Carini Dainotti 42. Ad Armando Petrucci va dato atto di avere in molte occasioni, e spesso in splendida solitudine, messo il dito su piaghe che si preferiva non vedere o minimizzare e su complicità e acquiescenze profondamente radicate e anzi date per scontate. In quell'occasione, alla domanda "che cosa si legge?" Petrucci ricordava l'«azione nefasta dell'Ente Nazionale per le Biblioteche popolari e scolastiche, che ha esercitato per decenni un ininterrotto e assoluto potere censorio sulla offerta di pubblicazioni per la pubblica lettura, esteso a tutta l'Italia e governato dai medesimi personaggi con i medesimi criteri dal 1932 ad oggi», e, alla domanda "perché si legge", esordiva annotando che «la stragrande maggioranza dei lettori delle biblioteche italiane è costituita da studenti. In realtà la biblioteca pubblica non svolge più la funzione di garantire la possibilità di lettura a cittadini appartenenti a tutti i livelli sociali, ma soltanto una funzione di mero sussidio parascolastico» 43. Considerazioni stimolanti sul ruolo cronicamente subalterno della biblioteca rispetto alle strategie dei poteri politici e dell'industria editoriale si colgono anche negli interventi di Franco Balboni e di Raffaele Giampietro, ma sostanzialmente subalterne restano anche le ipotesi e le proposte che dovrebbero configurare un modello nuovo 44. Modello per il quale potremmo prendere in prestito le parole della garbata impressione di lettura di Giorgio de Gregori sull'ultimo capitolo di Primo: non leggere, «un po' avveniristico e un po' passatista» 45. Al di là delle gustose scintille polemiche tra l'autore e Virginia Carini Dainotti sul tema dell'«obiettività» 46, quest'ultima ha buon gioco nel mostrare la carenza di strumenti biblioteconomici dei "nuovi" modelli, che inevitabilmente ripropongono vecchie forme di collateralismo, invocando rapporti più stretti della biblioteca pubblica con le organizzazioni di massa e in primo luogo con il sindacato, insomma qualcosa di «paurosamente simile alle biblioteche popolari di fine secolo» 47, in una versione ideologicamente aggiornata ma non meno inadeguata rispetto alle esigenze di un'istituzione culturale pubblica al servizio dell'intera comunità in una società avanzata.

Gli anni Settanta hanno segnato evidentemente una forte - e, a vederla da qui, piuttosto sciagurata - cesura generazionale e ideologica fra i bibliotecari italiani. Questa cesura era già stata additata qualche anno fa da Luigi Crocetti: «La "battaglia a favore della trasformazione delle biblioteche degli enti locali, da istituti sonnolenti e cattive copie delle biblioteche di conservazione e di ricerca, in istituti dinamici alla conquista di tutta la comunità cioè in 'biblioteche pubbliche'" (anche queste sono parole di Virginia Carini Dainotti) ha conosciuto, nel nostro paese, due distinte fasi. La prima, che le parole ora citate rispecchiano fedelmente, appartiene agli anni cinquanta-sessanta, ed era contraddistinta dal suo carattere verticale, promossa com'era soprattutto dalla Direzione generale delle accademie e biblioteche [...]; la seconda - che in quelle parole non si riconoscerebbe appieno - risale agli anni settanta: un'onda spinta dalla realizzazione delle amministrazioni regionali, che ha moltiplicato il numero delle biblioteche presenti nei comuni italiani e ha avuto conseguenze profonde anche sulla professione del bibliotecario, sulle sue concezioni» 48.

Cerchiamo di mettere da parte quelli che - almeno a me - appaiono come elementi di contorno, tutto sommato contingenti e secondari: il clima (e lo stile) di contrapposizione ideologica, le tentazioni di dirigismo statalista da una parte e di autonomismo leghista ante litteram (e di diverso colore ideologico, per quel che vale) dall'altra, le insofferenze generazionali che tutti conosciamo.

Diciamo francamente che, anche a un primo esame storico, la versione agiografica di questa cesura che è circolata da allora ad oggi fa acqua da tutte le parti. La svolta dell'AIB, e quindi del dibattito bibliotecario che lì aveva comunque - con aspetti positivi e negativi - la sua sede principale se non unica, è quella del 1969, con la presidenza Pagetti, come Giorgio de Gregori non si è stancato di ricordare 49. Il programma pubblicato sul primo numero delle «Notizie ai soci» ciclostilate ha impressionanti consonanze con quello che stiamo cercando di portare avanti in questi ultimi anni 50. Il lavoro degli anni precedenti ha il suo centro nell'elaborazione degli standard del 1965, che forse bisognerà definire come il documento più importante che sia mai stato prodotto dai bibliotecari italiani. Questo lavoro vede fianco a fianco Pagetti e Bellini, ossia l'esperienza della più avanzata biblioteca pubblica italiana, la Comunale di Milano, Virginia Carini Dainotti, Giorgio de Gregori e Luigi Balsamo, quindi un alto funzionario ministeriale e due dei soprintendenti più attivi in regioni fra le più difficili del paese. In un contesto di estrema arretratezza sia tecnica sia culturale, testimoniata dai dibattiti di quegli anni, in cui resistenze, "sonnolenze", provincialismi e localismi sembrano dominare ancora la gran parte dei bibliotecari degli enti locali.

Dall'altra parte, nello sviluppo indubitabile delle biblioteche pubbliche negli anni Settanta, trascinato da una spinta politica e sociale che coinvolge anche le amministrazioni locali e una nuova generazione di bibliotecari, riesce difficile individuare un apporto professionale originale. Gli stentati tentativi di elaborare una nuova concezione della biblioteca pubblica o nuovi modelli di servizio sembrano arenarsi in un dibattito ideologico piuttosto vacuo da una parte e in indicazioni pratiche sostanzialmente di riporto dall'altra 51. Più interessante della ricostruzione del dibattito teorico sarebbe forse un'indagine, certo difficile ma non impossibile, sulle realizzazione concrete di servizi di biblioteca pubblica negli anni Sessanta e Settanta e sulla loro effettiva penetrazione sociale. Le esperienze del Servizio nazionale di lettura, per esempio, sono in genere discusse sotto un profilo essenzialmente ideologico, e tra i positivi (quando non trionfali) bilanci di fonte ufficiale e gli scetticismi a mezza bocca 52 occorrerebbe un serio riscontro di dati e cifre. Sicuramente si rimane colpiti oggi dalle tante coincidenze fra le province di sperimentazione del Servizio nazionale di lettura, spesso in zone tutt'altro che favorite, e quelle aree in cui si sono meglio consolidate, negli anni Ottanta e Novanta, le esperienze di cooperazione e di sviluppo di sistemi bibliotecari, e più elevati risultano nelle indagini recenti gli indicatori obiettivi di servizio. All'inverso, pochi sembrerebbero i casi in cui, venuto meno l'impulso delle strutture statali con i relativi canali di finanziamento, l'esperienza delle reti si sia dissolta senza lasciare tracce significative. Viene da domandarsi, quindi, se gli effetti del grande impegno dei migliori bibliotecari italiani per la biblioteca pubblica, negli anni Sessanta, non vadano cercati e valutati soprattutto nel medio periodo, nelle esperienze successive, e in particolare nelle realizzazioni concrete di servizio al di là delle discontinuità ideologiche e culturali 53.

Volendo tirare le somme, la cesura che mi sembra che la mia generazione abbia subìto rispetto all'esperienza di chi ci ha preceduto, in qualche modo cancellando un'elaborazione professionale che alla fine degli anni Sessanta aveva raggiunto livelli molto alti, si presenta dall'angolazione di questa indagine piuttosto ribaltata. Tanto lontana da noi oggi l'idea che problemi concreti come questi si possano affrontare con gli strumenti dell'esercizio ideologico-retorico, tanto vicini invece l'umiltà della ricerca di linee guida e soluzioni concrete intorno alle quale costruire un consenso e di cui programmare un'efficace realizzazione (non solo sul piano deontologico, ma anche se non prima su quello giuridico-amministrativo: basta pensare alla strada compiuta verso la separazione delle funzioni di indirizzo e controllo da quelle di gestione) e l'orgoglio della rivendicazione di un'autonomia professionale garantita da competenza e responsabilità. Gli strumenti da cui siamo dovuti ripartire sono quelli abbozzati trent'anni fa e spesso abbandonati e non sostituiti da altri migliori, dagli standard (quelli internazionali, quelli che sono alla base delle aree di migliore servizio bibliotecario come la Lombardia, quelli che dovrebbero confluire nelle carte dei servizi, ecc.) al ruolo dell'associazione professionale, dall'autonomia delle biblioteche e del bibliotecario al codice deontologico.

La problematica dell'imparzialità del bibliotecario, che Balboni liquidava come «superata» nel dibattito di Foggia 54, è invece rimasta al punto in cui l'aveva lasciata la signora Carini. La riflessione sulla formazione delle raccolte nelle biblioteche pubbliche è praticamente inesistente, sia nella letteratura professionale sia nella pratica, come sta emergendo dall'indagine sulle politiche degli acquisti delle biblioteche pubbliche toscane che una bibliotecaria sta conducendo in questi mesi per la sua tesi di laurea nell'Università di Pisa. Un'altra tesi sta iniziando ad affrontando il tema della censura e dell'autocensura in queste acquisizioni, e naturalmente sono molto curioso dei risultati. Gli episodi di conflitto che emergono saltuariamente sulla stampa professionale e non (una volta Linus, una volta i libri gialli, le opere di uno scrittore omosessuale, ecc.) sono probabilmente la punta di un iceberg fatto soprattutto di tacita autocensura 55 ed evidenziano la debolezza di strumenti professionali: sono praticamente inesistenti le politiche di acquisizione scritte, le norme di garanzia nei regolamenti e negli statuti, i documenti ufficiali dell'Associazione a cui fare riferimento (non solo sulla censura, ma anche sullo scarto, sulla parità di trattamento nei servizi, sui servizi a distanza, sui servizi multiculturali, sull'accesso a Internet, ecc.).

Oggi, purtroppo o per fortuna, possiamo vedere bene che non esistevano allora, né esistono tuttora, vie per affrontare questi problemi che non siano quelle che la professione ha cercato di delineare. Lo scontro ideologico degli anni Settanta ha indubbiamente allentato, e in certi momenti travolto, la cappa di conformismo culturale e sociale che aveva lungamente dominato il nostro paese, ma è mancata alla professione la capacità di convertire questi risultati in acquisizioni progressive (di definitivo non c'è mai nulla) e soprattutto in principi condivisi, invece che in alterne vicende di ascesa e declino. È facile vedere che all'unico conflitto a cui si pensava allora se ne sono aggiunti molti altri senza che si elaborassero gli strumenti per garantire la funzione della biblioteca pubblica come biblioteca per tutti e promuoverne lo sviluppo. Più dal marketing che dalla critica sociale, rimasta sempre astratta, ci è venuta la consapevolezza della complessità delle "differenze" da cui è caratterizzata una comunità, differenze che non sono soltanto di classe, ma di genere, di età, di cultura, di stili e tempi di vita, di costumi, di interessi.

È curioso, per quanto spiegabile, che quello che è stato forse il primo valore dei movimenti di massa della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, l'egualitarismo, non trovi migliore traduzione biblioteconomica del dettato degli standard del 1965 e delle parole dei protagonisti di quegli anni. Quelle di Renato Pagetti: «Lo scopo di ogni "sistema bibliotecario" è di offrire a tutti i cittadini, in misura tendenzialmente uguale e formalmente gratuita, strutture e occasioni capaci di contribuire in modo deciso - ed in forma prioritaria attraverso la pubblica lettura - alle esigenze di quel particolare aspetto dell'istruzione che va sotto il nome di istruzione permanente. A tutti i cittadini, tenendo conto della loro età: ragazzi, giovani, adulti ed anche anziani. A tutti i cittadini, tenendo conto del loro livello di istruzione. A tutti i cittadini, indipendentemente dalla zona o località di residenza: città, paese, centro, periferia, frazione» 56. E quelle di Virginia Carini Dainotti: «Noi vogliamo assicurare a tutti gli uomini, le donne, i ragazzi che vivono e lavorano in tutto il nostro paese, l'accesso in condizioni di eguaglianza a tutto il nostro patrimonio culturale, perché vi attingano secondo le loro capacità e i loro bisogni, e lungi dal frapporre artificiali confini al loro sviluppo intellettuale e culturale, noi vogliamo operare per suscitare ed accrescere quelle capacità e quei bisogni. Perciò vogliamo organizzare un sistema di biblioteche di cultura generale capaci di offrire a tutti i cittadini la più larga scelta di opere di vario livello culturale relative al più gran numero di soggetti e di interessi, un sistema di biblioteche nelle quali nessun cittadino, quale che sia la sua condizione economica e sociale, tema o disdegni di entrare, ed ognuno vi trovi la risposta ai propri interrogativi e il consiglio e l'aiuto di bibliotecari competenti» 57.

Come realizzare servizi di biblioteca pubblica effettivamente per tutti, in cui nessuno tema o disdegni di entrare, non è, purtroppo o per fortuna, questione che si risolva con generoso pressappochismo o fini dispute ideologiche, ma con solida professionalità che sappia elaborare principi chiari e condivisi, metterli seriamente alla prova dell'applicazione pratica e valutare criticamente i risultati, le sue conquiste sempre parziali ma feconde perché, come nella democrazia, possono sempre essere spostate più avanti.


Questo contributo e i tre successivi riprendono le relazioni presentate al Convegno "Virginia Carini Dainotti e la politica bibliotecaria del secondo dopoguerra", organizzato dal Dipartimento di storia e tutela dei beni culturali dell'Università degli studi di Udine, Udine, 8-9 novembre 1999. Ringraziamo gli organizzatori per averci consentito di anticiparne la pubblicazione sul «Bollettino AIB».

1 Virginia Carini Dainotti, Appunti sull'ideologia della biblioteca pubblica e sulla deontologia del bibliotecario-animatore di cultura, in: Studi di biblioteconomia e storia del libro in onore di Francesco Barberi, Roma: AIB, 1976, p. 147-171.

2 Associazione italiana biblioteche, La biblioteca pubblica in Italia: compiti istituzionali e principi generali di ordinamento e di funzionamento, Roma: AIB, 1965.

3 Il riferimento è a Francesco Barberi, Bibliotecario educatore, «Accademie e biblioteche d'Italia», 22 (1954), n. 1/2, p. 40-51, poi in Biblioteca e bibliotecario, [Bologna]: Cappelli, 1967, p. 333-348.

4 F. Barberi, Schede di un bibliotecario (1933-1975), Roma: AIB, 1984, p. 255-256.

5 Cfr. per esempio M. Emma Alaimo, Invito alle biblioteche dell'URSS, «Bollettino d'informazioni AIB», 5 (1965), n. 4 p. 99-109, e i gustosi retroscena raccontati nelle Schede di Barberi (p. 206-207). È significativo che l'incidente col ministro Gui, per un articolo "non gradito" sulla rivista dell'AIB, venga chiuso con un'assunzione di responsabilità da parte dell'allora direttore generale delle accademie e biblioteche.

6 La biblioteca pubblica in Italia cit., p. 17-18, cit. in V. Carini Dainotti, Appunti sull'ideologia della biblioteca pubblica cit., p. 166.

7 V. Carini Dainotti, Appunti sull'ideologia della biblioteca pubblica cit., p. 167.

8 Ibidem.

9 Cfr. Gabriele Mazzitelli, Dalla parte di don Chisciotte, «AIB notizie», 7 (1995), n. 6, p. 14, e Paolo Repetto, Ancora su Torrenova... ed altro, «AIB notizie», 7 (1995), n. 9, p. 17.

10 L'espressione è di Giovanni Floris, nella premessa agli atti del convegno del 1970, Lettura pubblica e organizzazione dei sistemi bibliotecari: atti del convegno di Roma, 20-23 ottobre 1970, Roma: Fratelli Palombi, 1974, p. 7.

11 Carta dei diritti della biblioteca, pubblicata integralmente a conclusione di La lettura e la biblioteca come servizio pubblico e gli obblighi degli enti locali, «La cultura popolare», 30 (1958), p. 32-38, poi in La biblioteca pubblica in Italia tra cronaca e storia (1947-1967), Firenze: Olschki, 1969, vol. 2, p. 334-345: 345.

12 V. Carini Dainotti, Lavorare per commissioni, «Bollettino d'informazioni AIB», 1 (1961), n. 2, p. 88-93: 91-92. Al Congresso di Viareggio dello stesso anno, in cui Virginia Carini Dainotti oltre a tenere un'importante relazione su L'ordinamento del personale delle biblioteche pubbliche governative e delle soprintendenze bibliografiche aveva avuto larga parte nel dibattito sulla relazione di Giuseppe Piersantelli Esperienze e prospettive per una realizzazione organica e globale del servizio pubblico di lettura, la proposta di «tracciare una deontologia del bibliotecario" era stata ripresa da Antonio Dalla Pozza, direttore della Bertoliana di Vicenza, che farà poi parte della commissione per gli standard del 1965. Cfr. XIII Congresso dell'Associazione italiana biblioteche, Viareggio, 8-11 maggio 1961, Roma: Fratelli Palombi, [1964], p. 31.

13 La biblioteca pubblica in Italia cit., p. 9.

14 Cfr. I congressi 1965-1975 dell'Associazione italiana biblioteche, a cura di Diana La Gioia, Roma: AIB, 1977, p. 171.

15 «Si rileva l'urgenza di formulare una dichiarazione di morale professionale che prescriva al bibliotecario, nell'esercizio delle sue funzioni, una scrupolosa imparzialità ideologica nella duplice accezione di non imporre e di non sottostare a pressioni dirette o indirette. Si propone che tale dichiarazione sia formulata da una Commissione interregionale da nominarsi a cura dell'AIB". La biblioteca pubblica-centro culturale, «Bollettino d'informazioni AIB», 12 (1972), n. 1, p. 42-44: 44.

16 Cfr. Proposte di un codice deontologico del bibliotecario, a cura del Collegio dei probiviri dell'AIB, «AIB notizie», 6 (1994), n. 10, p. 14-15; Giovanni Lazzari, L'urgenza del codice deontologico, «Bollettino AIB», 37 (1997), n. 1, p. 5-6; Codice deontologico del bibliotecario: principi fondamentali, «AIB notizie», 9 (1997), n. 11, p. 16.

17 V. Carini Dainotti, La biblioteca pubblica istituto della democrazia, Milano: Fabbri, 1964, vol. 2, p. 239-267.

18 Ivi, p. 240.

19 Luca Ferrieri, Servizi multimediali in una biblioteca pubblica di base: l'esperienza di Cologno Monzese, «Bollettino AIB», 38 (1998), n. 4, p. 441-455: 451.

20 F. Barberi, Schede cit., p. 69-73. Un altro episodio, in cui emergono interessanti spunti di approccio professionale piuttosto che ideologico al problema, è stato raccontato da Anna Maria Vichi Giorgetti, "La Vittorio Emanuele" tra la censura fascista e l'epurazione antifascista, «Accademie e biblioteche d'Italia», 50 (1982), n. 4/5, p. 441-447.

21 Bibliotecario educatore cit., p. 347.

22 Del resto lo stesso Fabietti, fra l'intervento del 1913 appena citato e l'edizione definitiva del suo manuale La biblioteca popolare moderna (4a ed. interamente rifatta, Milano: Vallardi, 1933), aveva compreso che si trattava di «rinnovare ab imis l'idea e la pratica di ciò che comunemente si chiama biblioteca popolare" (p. 8), e in particolare la sua destinazione a una particolare fascia sociale o a un particolare genere di letture. «Ma ove si acceda al principio della diffusione della coltura - scriveva -, è inutile e stolto segnar limiti al suo espandersi indefinito, figurarsi un grado d'istruzione utile ad una classe sociale e nociva ad un'altra, una coltura elevata per signori, una media coltura per impiegati e una coltura più umile per gli altri" (p. 19). Cfr. V. Carini Dainotti, Attualità di un'esperienza: Ettore Fabietti e la lettura pubblica in Italia, «La parola e il libro», 46 (1963), n. 2, p. 77-86, poi in La biblioteca pubblica in Italia tra cronaca e storia cit., vol. 2, p. 545-557.

23 Lavorare per commissioni cit., p. 93. Al Convegno per le biblioteche popolari tenuto a Firenze nel 1962, Virginia Carini Dainotti aveva iniziato la sua relazione affermando: «biblioteca popolare è espressione ambigua e anacronistica, e [...] - per essersi proposti di dar vita a biblioteche popolari - i bibliotecari, i sociologhi, i politici italiani hanno fin qui fallito lo scopo di assicurare a tutti i cittadini un servizio pubblico di diffusione del libro e della lettura quale hanno costruito via via gli Stati Uniti e gli altri paesi d'Europa". V. Carini Dainotti, Situazione e prospettive legislative per le biblioteche popolari nel quadro di una politica sociale di sviluppo culturale, in La biblioteca pubblica in Italia tra cronaca e storia cit, vol. 2, p. 482-510. Gli atti di quel convegno non sono mai stati pubblicati, ma ne offrì un ampio resoconto, in cui è citato anche il brano precedente, Francesco Barberi, Biblioteca popolare e biblioteca pubblica, «Bollettino d'informazioni AIB», 3 (1963), n. 2, p. 69-73.

24 L. Crocetti, Pubblica, in: La biblioteca efficace, Milano: Ed. Bibliografica, 1992, p. 15-21; poi in Il nuovo in biblioteca e altri scritti, Roma: AIB, 1994, p. 49-57: 50.

25 Nei suoi scritti degli anni Cinquanta e Sessanta, raccolti nel volume di Cappelli, Barberi parla per esempio di «biblioteca pubblica popolare" (Biblioteca e bibliotecario cit., p. 334, dal già citato saggio Bibliotecario educatore del 1954) o di biblioteca "pubblica", tra virgolette, «nel significato particolare che gli anglosassoni danno a questo termine" (ivi, p. 122, dal saggio La scelta dei libri e l'incremento delle biblioteche del 1960). Sul piano teorico, tuttavia, lo scritto di apertura delinea la necessaria confluenza di biblioteca civica tradizionale e biblioteca popolare (ivi, p. 10, dal saggio Biblioteca e democrazia del 1962). Un certo impaccio e una tentazione "cerchiobottista" si rivelano anche nell'intervento a proposito del convegno di Firenze e della polemica tra Virginia Carini, Bottasso e Riccardo Bauer (Biblioteca popolare e biblioteca pubblica cit.). Pur riconoscendo in quell'occasione «più proprio" il termine di biblioteca pubblica, ancora a metà degli anni Settanta lo troviamo a scrivere «biblioteche "pubbliche" nel senso anglosassone della parola" e a sostenere che «proprio perché non è facile in Italia dare contorni netti alla biblioteca pubblica, bisogna tenersi al concreto: pubblica significa che la biblioteca è sostenuta dal denaro dei contribuenti ed è aperta a tutti; perciò è aggettivo generico". F. Barberi, Crisi energetica e diffusione della cultura, «Bollettino d'informazioni AIB», 3 (1963), n. 2, p. 27-38: 29 e 35.

26 Alla riforma della scuola faceva indirettamente riferimento Virginia Carini Dainotti nel suo intervento di Firenze: «una politica di sviluppo culturale che voglia dirsi sociale deve anche assumere come presupposto l'eguaglianza di tutti i cittadini, dunque deve promuovere una scuola buona per tutti i cittadini, una biblioteca buona per tutti i cittadini" (Situazione e prospettive legislative per le biblioteche cit., p. 491).

27 Un tema caro, oltre che a Virginia Carini Dainotti, a Renato Pagetti, che per esempio nella presentazione degli standard IFLA del 1972 sottolineava la «infelice ed insufficiente espressione di biblioteche di enti locali" usata nella Costituzione. La biblioteca pubblica nel mondo: documenti dell'Unesco e della FIAB, Roma: AIB, 1973, p. 3.

28 Le Linee guida per la valutazione delle biblioteche pubbliche italiane, di recente pubblicazione a cura di un gruppo di lavoro dell'AIB coordinato da Giovanni Solimine, indicano - su un campione di 60 biblioteche pubbliche con un buon livello di funzionamento - una penetrazione media del 13% (mediana 11%) rispetto alla popolazione della comunità servita. Negli standard del 1965 si legge: «Il dato statistico più importante per valutare l'efficacia di una biblioteca pubblica o di un sistema è quello che esprime l'utilizzazione della biblioteca da parte degli utenti e il volume della circolazione. In altre parole, per misurare l'utilità della biblioteca occorre conoscere il numero degli iscritti al prestito e il valore percentuale di tale numero rispetto al numero degli abitanti di una comunità o di un'area; occorre conoscere inoltre quante opere in media ha preso in prestito ogni utente. Secondo calcoli dell'ALA, con una buona politica di conquista della comunità e organizzando buoni servizi al pubblico, dovrebbe essere possibile ottenere che gli adulti iscritti al prestito rappresentino il 20-40% della popolazione di età superiore ai 16 anni presente nell'area servita, ottenere che i ragazzi iscritti al prestito rappresentino il 35-75% della popolazione in età dai 5 ai 15 anni presente nell'area servita, ottenere che ogni adulto prenda in prestito dalla biblioteca, in un anno, da 3 a 10 voll., e ogni ragazzo da 10 a 30" (La biblioteca pubblica in Italia cit., p. 37-38).

29 Vittorio Camerani, L'uso pubblico delle biblioteche, Milano: Mondadori, 1939, p. 123-124.

30 Rinaldo Lunati, La scelta del libro per la formazione e lo sviluppo delle biblioteche, Firenze: Olschki, 1972, p. 163.

31 F. Barberi, Schede cit., p. 268. Più articolatamente, nell'intervento del 1976 su Primo: non leggere: «In Italia molti bibliotecari, anche dei migliori, si rifiutano d'iscriversi all'AIB, rassegnandosi in tal modo a essere alla mercé di burocrazie centrali, regionali e comunali, verso le quali soltanto una forte organizzazione professionale può direttamente o indirettamente agire (non necessariamente opporsi) con efficacia, per questioni che esulano dalle competenze sindacali: con tanto maggiore efficacia quanto più larga sia l'adesione dei bibliotecari, che assicuri anzitutto un'indipendenza economica, e numerosi gl'individui preparati e sinceramente democratici". F. Barberi, Le biblioteche italiane dall'Unità a oggi, «Bollettino d'informazioni AIB», 16 (1976), n. 2, p. 109-133: 130.

32 Riassume perfettamente lo spirito pratico dei bibliotecari britannici, per esempio, l'intervento del rappresentante inglese, Robert L. Collison, alla prima Conference on Intellectual Freedom dell'American Library Association, tenuta nel 1952 in pieno maccartismo. Cfr. l'ampio resoconto di V. Carini Dainotti, La biblioteca pubblica istituto della democrazia, Milano: Fabbri, 1964, vol. 2, p. 257-259.

33 Cfr. Giuseppe Vitiello, Democrazia e Internet: come fu che l'associazione dei bibliotecari americani sfidò il Governo degli Stati Uniti, «Biblioteche oggi», 15 (1997), n. 4, p. 10-17.

34 Helen Haines, Modern fiction and the public library, «Library journal», 49 (1924), p. 458-460, cit. in Frederick J. Stielow, Censorship in the early professionalization of American libraries, 1876 to 1929, «The journal of library history, philosophy & comparative librarianship», 18 (1983), n. 1, p. 37-54: 51.

35 X Congresso nazionale dell'Associazione italiana per le biblioteche e Convegno internazionale sul restauro del libro antico, Trieste, 18-22 giugno 1956, Roma: Fratelli Palombi, [1956?], p. 42-43.

36 Nella relazione di Trieste, per esempio, Virginia Carini Dainotti ricordava che nel III Congresso internazionale delle biblioteche (Bruxelles, 11-18 settembre 1955), in cui lei stessa aveva rappresentato l'Italia ai lavori della Commissione sulle biblioteche pubbliche, era stato approvato un importante documento di principi che anche l'associazione italiana, in quanto aderente all'IFLA, era ora tenuta a rispettare, indirizzando «la sua azione al raggiungimento dei fini in esso indicati come fini comuni alle biblioteche di pubblica lettura di tutta Europa" (X Congresso nazionale cit., p. 43). Nella presentazione degli standard al Congresso di Spoleto - leggiamo nel resoconto ufficiale - «la dott. Carini ha spiegato che l'aderenza di alcune parti del documento stesso ai modelli proposti dall'Unesco e dalla Fiab - aderenza, del resto, chiaramente denunciata nella relazione - è voluta a ragion veduta, sia perché l'Italia fa parte di quelle due organizzazioni internazionali, sia perché non vi sono altri esempi ai quali ispirarsi nel tentativo di un rinnovamento della nostra vecchia struttura del servizio di pubblica lettura" (XV Congresso dell'Associazione italiana biblioteche, Spoleto, 8-10 maggio 1964, Roma: Fratelli Palombi, [1967], p. 63). Anche Pagetti ricordava in più occasioni che il nostro paese doveva ritenersi tenuto a dar seguito - per esempio riguardo alla legislazione bibliotecaria - alle indicazioni internazionali, e in particolare a quelle dell'Unesco, «organizzazione alla quale piuttosto raramente ci ricordiamo di appartenere quando si tratta di applicare direttive che comportino seri impegni". Cito ancora dalla presentazione di La biblioteca pubblica nel mondo cit., p. 4.

37 V. Carini Dainotti, Biblioteca pubblica, tempo libero e educazione permanente, «Bollettino d'informazioni AIB», 7 (1967), n. 1, p. 3-17: 13. Questo importante intervento si riferisce al convegno internazionale "Biblioteche pubbliche e educazione permanente" organizzato dal Consiglio d'Europa a Namur il 24-29 ottobre 1966.

38 XV Congresso dell'Associazione italiana biblioteche cit., p. 40-43, 59-65, 75-81. Cfr. anche il resoconto di Giorgio De Gregori, Il XV Congresso dell'AIB (Spoleto, 8-10 maggio 1964), «Bollettino d'informazioni AIB», 4 (1964), n. 3, p. 127-135. Il dibattito ebbe uno strascico anche nel congresso successivo: cfr. il resoconto di Giuseppe Dondi, Il XVI Congresso dell'AIB (Bolzano-Merano, 3-6 ottobre 1965), «Bollettino d'informazioni AIB», 5 (1965), n. 5, p. 146-157 : 152-153.

39 Un'ampia esemplificazione si può trovare, per esempio, negli atti del convegno di Bologna del 1969, "Biblioteche per ogni comune". Basterà qui citare un passo della relazione introduttiva di un tale Antonio Ciampi, vicepresidente dell'Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche. «Oggi tutti parlano di una missione sociale e intellettuale della biblioteca pubblica [...]. Potremmo naturalmente rettificare la nostra opinione, ma ci sembra che l'istituto della "biblioteca pubblica", di origine americana, accolto da vari organismi internazionali, tra cui l'UNESCO, risponde a esigenze rispettabili dal punto di vista formale e giuridico, ma non aderenti alla realtà sociale, politica e culturale del nostro Paese". Relazione generale del dott. Antonio Ciampi, in: Atti del Convegno nazionale "Biblioteche per ogni comune" (Bologna, 24-26 marzo 1969), «La parola e il libro», 52 (1969), n. 3/4, p. 137-155: 145. Cfr. anche gli atti del convegno ministeriale del 1970, Lettura pubblica e organizzazione dei sistemi bibliotecari cit., e il resoconto di quello del 1972 su La biblioteca pubblica-centro culturale cit.; per quest'ultimo vedi anche Gianni Barachetti, In margine ad un convegno, «Bollettino d'informazioni AIB», 12 (1972), n. 1, p. 44-46.

40 Negli interventi di Virginia Carini Dainotti si rivela spesso una notevole dimestichezza con i punti di riferimento quantitativi che sono indispensabili per impostare e per mettere in atto programmi concreti e su larga scala: dal numero e dalle condizioni dei Comuni alla taglia più opportuna per i sistemi fino all'entità delle risorse finanziarie da mobilitare a livello nazionale. Si vedano, per esempio, le stime esposte nell'articolo La biblioteca pubblica: un'attrezzatura culturale polivalente per le comunità minori, «Bollettino d'informazioni AIB», 9 (1969), n. 1/2, p. 7-21, e l'intervento al convegno di Bologna del 1969, in cui, accompagnando alcuni dati sui prestiti per abitante nei sistemi di Cremona e Rieti, si sottolinea: «Il piano di organizzazione che si va attuando nel paese, alla prova dei fatti si è dimostrato valido [...]. Il più radicato dei luoghi comuni è che gli italiani non leggono; ma noi dimostreremo che là dove le Biblioteche esistono, gli italiani leggono e come". Il piano della scuola e le biblioteche, negli Atti del Convegno nazionale "Biblioteche per ogni comune" cit., p. 189-200: 199. Una notevole mole di dati si ricava dagli atti del convegno di Roma del 1970, con interessanti riflessioni suscitate dalla loro analisi (per esempio, sulle limitate capacità di incremento dell'utenza attraverso il sistema dei punti di prestito e sulla insufficiente taglia di questi ultimi, alla prova dei fatti, per ottenere un significativo impatto sulla popolazione, al di fuori dei centri più piccoli e in particolare negli agglomerati urbani).

41 Luigi Balsamo, Stato e Regioni di fronte alla biblioteca pubblica, in: Lettura pubblica e organizzazione dei sistemi bibliotecari cit., p. 187-198 (l'osservazione è a p. 189). Ma si leggano anche, da un altro punto di vista, le considerazioni critiche di Virginia Carini Dainotti (La lettura pubblica nel Mezzogiorno, «Bollettino d'informazioni AIB», 6 (1966), n. 2, p. 39-46) sul dibattito svoltosi a Portici in un incontro promosso dalla casa editrice Einaudi e da Manlio Rossi Doria, in cui l'autrice sottolinea che esperienze sporadiche come quella di Dogliani o le iniziative sicuramente meritorie di associazioni culturali locali sono evidentemente inadeguate a creare un vero servizio pubblico, che è quello che al paese manca e di cui ha bisogno proprio per il suo sviluppo civile ed economico. A Balsamo si deve anche un'equilibrata sintesi del dibattito sugli stardard del 1965 e la biblioteca pubblica in Italia: Aspetti e problemi della ricerca biblioteconomica, «Bollettino d'informazioni AIB», 14 (1974), n. 1, p. 5-26.

42 Organizzazione bibliotecaria e pubblica lettura in Italia, a cura di A. Celuzza, Foggia: Amministrazione provinciale di Capitanata, 1981, pubbl. anche in «La Capitanata», 15 (1977), pt. 2, p. 123-155.

43 Organizzazione bibliotecaria e pubblica lettura in Italia cit., p. 19.

44 «Di fronte a tale realtà - concludeva Petrucci nel suo intervento - il progetto della biblioteca pubblica, ove bisognerebbe far entrare a forza i non lettori, appare del tutto inadeguato [...]. A questo tipo di problemi nell'ultimo capitolo del libro ho tentato di dare risposte diverse da quelle solite; ma qui, per chiudere, basterà dire che l'unica via di uscita mi sembra essere quella di una vertenza nazionale della lettura come servizio sociale che sia guidata dal movimento sindacale e dalle masse lavoratrici nel loro complesso, e portata avanti da strutture di base che propongano un modello nuovo di biblioteca che faccia di chi non sa leggere un cittadino che sappia anche leggere" (ivi, p. 19-20). E, nella replica: «Non è con l'iniezione forzata di libri che si creano i lettori; i lettori devono crearsi da sé, e lo faranno quando avranno acquisito la coscienza politica del loro riscatto, che non può non essere anche riscatto culturale" (ivi, p. 35). Cfr. Giulia Barone - Armando Petrucci, Primo: non leggere: biblioteche e pubblica lettura in Italia dal 1861 ai nostri giorni, Milano: Mazzotta, 1976, p. 198-199.

45 Organizzazione bibliotecaria e pubblica lettura in Italia cit., p. 8.

46 «Verrebbe fatto di affermare - diceva Virginia Carini Dainotti a proposito del libro - che un tale documento dovrebbe semplicemente non essere preso in considerazione da qualunque biblioteca nella sua politica degli acquisti perché - sono i nostri canoni, beffeggiati dal Petrucci - "non contiene una onesta esposizione dei fatti" e neppure quel minimo denominatore di civiltà espositiva che è una delle condizioni del dialogo" (ivi, p. 22). L'esempio, preso sul serio, evidenzia perfettamente l'inutilizzabilità del criterio, ove sussistano opinioni assai diverse sui fatti stessi. La stessa Virginia, nel prosieguo del suo intervento, chiariva che l'"obiettività" è «concetto che noi respingiamo come astratto e che vogliamo sostituito dall'imparzialità che vale "non prender parte", tra teorie e opinioni diverse o contrastanti astenersi dall'influenzare e dal dirigere, e invece tutte documentarle per offrirle all'analisi critica e al giudizio del cittadino-protagonista" (p. 24-25). E in quest'ottica, proseguendo l'esempio, un libro come Primo: non leggere rientrerebbe ovviamente anche nelle griglie di selezione più stringenti, al di là di qualsiasi valutazione dei contenuti, in quanto rappresentativo di un punto di vista originale e oggetto di larga discussione, su cui ciascuno deve potersi documentare direttamente. Questo è il passaggio fondamentale, da tempo elaborato soprattutto dai nostri colleghi americani ma ancora poco compreso fra noi: la selezione non deve operare su un universo di comunicazioni ed espressioni già amputato di parties honteuses o sterilizzato dalle presenze eterodosse o inquietanti. Alla biblioteca compete a pieno titolo, come diritto ma anche come dovere, il pubblico accesso all'intero universo delle comunicazioni che trovano la strada della pubblicazione lecita, con strategie differenziate sulla base di esigenze documentarie e non di valutazioni discriminatorie. E credo si possa aggiungere che, pur su un piano diverso perché non tutto suo, le spetta anche un ruolo attivo nel promuovere le condizioni, di carattere economico, tecnologico o giuridico, perché quella stessa strada sia effettivamente aperta ai singoli e ai gruppi.

47 Organizzazione bibliotecaria e pubblica lettura in Italia cit., p. 27. Primo: non leggere era già stato oggetto di una feroce nota a pie' di pagina nel saggio di Virginia Carini Dainotti per gli studi in onore di Barberi, per il suo proporre «un modello alternativo di cui sono nebulose le modalità organizzative, ma chiarissima l'ispirazione autoritaria e totalitaria" (Appunti sull'ideologia della biblioteca pubblica cit., p. 151).

48 Pubblica cit., p. 51.

49 G. de Gregori, Renato Pagetti e il rinnovamento dell'Associazione italiana biblioteche, «Bollettino AIB», 36 (1996), n. 2, p. 141-148.

50 R. Pagetti, Comunicazioni del presidente, «Notizie ai soci», [n. 1] (15 lug. 1969), p. 1-3: 1.

51 Possiamo prendere come esempio la vicenda del mai concluso rifacimento degli standard del 1965. Dopo il Congresso AIB di Maratea (28 maggio-1 giugno 1972), nel quale erano state rinnovate le cariche sociali, venne costituita una nuova Commissione per i problemi delle biblioteche degli enti locali, che negli anni successivi lavorò a nuovi standard per le biblioteche pubbliche, anche per la sollecitazione di quelli dell'IFLA usciti nel frattempo e tempestivamente tradotti dall'AIB. Se ne discusse nei congressi di Civitanova (6-10 ottobre 1973), Foggia (5-10 maggio 1974) e Alassio (5-10 maggio 1975), ma anche nell'ultima occasione il documento finale, Orientamenti per un servizio di biblioteca pubblica in Italia: principi generali e standards, suscitò critiche e perplessità e il lavoro non giunse mai all'approvazione definitiva. Questo documento finale, in effetti, appare modesto e confuso, nella pretesa di superare la "biblioteca per tutti" degli standard AIB e IFLA, e in sostanza il modello anglosassone di biblioteca pubblica, verso una "biblioteca di tutti" di cui restano nebulosi i connotati concreti. Riguardo alle tematiche che ci interessano qui, il documento ribadisce i «criteri di imparzialità e pluralismo" della biblioteca pubblica, ma ritiene che perché la biblioteca possa rappresentare la comunità come suo centro culturale questa debba darsi un organo di gestione rappresentativo. «Non può essere il bibliotecario l'unico responsabile della gestione culturale e politica della biblioteca. Per questo si deve prevedere una commissione per la gestione culturale che sia espressione delle forze politiche e sociali interessate, dove anche gli stessi utenti della biblioteca possano avere la loro rappresentanza". Lasciando da parte le ingombranti pretese psicologiche ("Non è quindi possibile essere un bibliotecario se non si vivono dal di dentro i problemi dibattuti dalla cultura contemporanea..."), il rapporto tra il ruolo del bibliotecario ("tecnico della comunicazione" ma non solo) e quello delle commissioni di gestione resta indeterminato e, come si ammette nel documento stesso, insoddisfacente e limitativo. «Se il bibliotecario non è il depositario del sapere che dice che cosa vale e che cosa non vale, quello che merita di essere letto e quello che è superfluo, ma l'esperto che conosce le varie problematiche e sa indicare le fonti per approfondirle, egli rischia di diventare un semplice strumento al servizio della volontà espressa dalla commissione di gestione della biblioteca". Il richiamo al suo «apporto creativo e responsabile" al lavoro della commissione rimane un petizione di principio, e l'inconcludenza dell'intero ragionamento esemplifica la più generale incapacità di misurarsi con l'elaborazione di veri standard professionali. Il documento è pubblicato in «La Capitanata», 13 (1975), pt. 2, n. 1/6, p. 1-15 (in particolare p. 4-5).

52 Alcune frecciate si incontrano, per esempio, nelle Schede di un bibliotecario di Barberi (cit., p. 206 e 218), oltre che nei dibattiti dei congressi già ricordati.

53 Mi sembra di cogliere un'intuizione analoga nell'intervento di Balsamo al convegno romano del 1970, convegno che rappresenta la più completa sintesi di ciò che il Servizio nazionale di lettura aveva raggiunto ma in cui già si avverte chiaramente la svolta istituzionale e ideologica degli anni Settanta. In quell'occasione, Balsamo notava che in sostanza tutte le iniziative di cooperazione e di formazione di sistemi bibliotecari territoriali, comprese quelle dei consorzi per la pubblica lettura, traevano da lì direttamente o indirettamente le loro origini, mentre le uniche esperienze significative preesistenti erano quelle dei sistemi urbani di alcune grandi città del Nord. L. Balsamo, Stato e Regioni di fronte alla biblioteca pubblica cit., p. 188-189.

54 Organizzazione bibliotecaria e pubblica lettura in Italia cit., p. 13.

55 Per alcuni riferimenti e qualche prima riflessione rimando al mio intervento Etica professionale: cominciamo a parlarne?, «Bollettino AIB», 34 (1994), n. 2, p. 141-143.

56 R. Pagetti, Possibilità e prospettive del sistema urbano, in: Lettura pubblica e organizzazione dei sistemi bibliotecari cit., p. 54-56: 54.

57 V. Carini Dainotti, Situazione e prospettive legislative per le biblioteche cit., p. 492-493.