In margine al Convegno "Virginia Carini Dainotti e la politica bibliotecaria del secondo dopoguerra"

di Giorgio de Gregori

Il convegno che si è tenuto nel mese di novembre dello scorso anno a Udine, organizzato dall'Università, trattava fondamentalmente degli indirizzi che si intendevano dare dalle autorità all'azione delle pubbliche biblioteche nel mutato clima politico lasciato dalla guerra ed era intitolato "Virginia Carini Dainotti e la politica bibliotecaria nel secondo dopoguerra".

Fu questo titolo a non convincermi, determinandomi a non partecipare al convegno, al quale ero stato invitato, per due ragioni: perché poteva far pensare che l'illustre collega Carini - certamente valente professionalmente - avesse avuto un ruolo preminente nella politica bibliotecaria del dopoguerra e perché il termine "politica bibliotecaria" mi suona un po' ambiguo, comprendendo in sé solo due concetti: quello di "politica delle biblioteche" e quello di "politica per le biblioteche".

Ma ora mi preme di dire la mia: se si riflette accuratamente sul termine "politica" esso significa, in poche parole, "l'azione che si svolge per raggiungere un qualche fine". E pertanto la prima norma della "politica delle biblioteche" è quella che esse non debbano fare altro che raccogliere gli strumenti per approfondire la cultura fino ai più alti gradi della scienza per la classe più alta della popolazione e, nello stesso tempo, per divulgarla quanto più largamente tra le classi medie, e non tendere verso ideologie politiche, religiose o qualsiasi altro indottrinamento. Mentre per "politica per le biblioteche" si intende la politica che le autorità di governo devono seguire nell'organizzare il sistema bibliotecario del paese *.

Ciò detto è d'uopo esaminare succintamente a che punto fossero giunte le azioni dei governi susseguitisi dall'Unità d'Italia in poi nell'istituire e nel gestire il servizio bibliotecario nei settori più essenziali. Non esiste, che io sappia, un'unica disposizione di legge con la quale furono assunte a carico e dipendenza dal governo centrale del paese alcune biblioteche esistenti negli Stati pre-unitari, ma con il regio decreto del 24 ottobre 1907, n. 733, veniva approvato il regolamento organico delle biblioteche pubbliche governative. Ad esso seguirono gli altri provvedimenti essenziali appresso segnalati: l'istituzione di biblioteche nelle scuole elementari (1917) e nelle scuole in generale (1925); l'istituzione delle soprintendenze bibliografiche che avevano giurisdizione sulle biblioteche comunali, provinciali e private (1919); la creazione della Direzione generale delle accademie e biblioteche presso il Ministero della pubblica istruzione (1926); l'obbligatorietà delle spese per le biblioteche da parte di comuni e province (1931); l'istituzione dell'Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche (1932); la legge che stabiliva che in ogni comune capoluogo di provincia doveva funzionare una biblioteca pubblica (1941) 1.

Questa, a grandi linee, la fondamentale politica dei governi italiani fino al periodo della guerra 1940-1945. Politica, però, soltanto sulla carta, perché tutte queste iniziative erano, per così dire, completamente aleatorie, in quanto non accompagnate dalle disposizioni finanziarie che avrebbero dovuto contribuire concretamente a realizzarle e a gestirle: neppure per quanto riguarda la creazione di una direzione generale delle biblioteche, a disposizione della quale i capitoli di spesa erano di importi addirittura irrisori, in confronto al carico di impieghi che essa aveva (e che, direi, anche oggi ha).

Faceva eccezione a ciò soltanto l'Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche, al quale era stato trovato un finanziamento con gettito abbondantissimo e continuo quale era il provento delle somme versate dai cittadini come contributo sulla pagella scolastica 2, perché ad esso si intendeva assicurare efficienza e capacità di contrastare, con l'azione delle biblioteche associate, qualsiasi deviazione dai binari su cui si volevano far marciare le masse del popolo. Ciò conferma che l'espressione "politica delle biblioteche" debba essere bandita dal linguaggio e dalla mente di ogni bibliotecario.

Questa era la situazione in cui si trovava il servizio bibliotecario italiano all'entrata in guerra del paese, che segnò una sosta di tutte le attività in questo campo.

È da questo punto, dunque, che alla fine della guerra i bibliotecari ricominciarono il loro lavoro nel mutato clima politico, e gran parte di essi si diedero come prima mossa a consultarsi per lettera sul futuro da dare alla loro associazione professionale, in un febbrile lavorio che era coordinato dai bibliotecari fiorentini e romani e, per adeguarsi all'ordinamento regionale - che era in programma come attuazione di una norma costituzionale - avevano in mente già un decentramento che seguiva lo schema presso a poco attuato per le soprintendenze alle biblioteche, in modo da sottrarsi al paternalismo del Ministero, cui l'Associazione era stata sottoposta prima della guerra, e di recuperare autonomia nelle faccende della loro professione attraverso la composizione di un Consiglio direttivo, come prevedeva lo schema del nuovo statuto, composto dai soprintendenti in carica.

Ma, tra i bibliotecari, alcuni - rosi dal rancore per la miseranda fine che aveva fatto il fascismo, fine che li aveva privati dei protettori e degli sponsor - erano intenti più che altro a cercarsi in alto i nuovi appigli e a mestare più per assicurare i propri interessi e posizioni che per il bene del pubblico servizio.

Invece il pensiero della maggioranza dei bibliotecari era ancorato soprattutto a due problemi lasciati in sospeso dalla guerra: l'applicazione della legge del 1941 in favore delle biblioteche dei capoluoghi di provincia, che avrebbe potuto rappresentare il primo passo verso la biblioteca pubblica di tipo anglosassone e, su un altro versante, l'istituzione e formazione di un catalogo unico delle biblioteche italiane, i cui studi preparatori da molti anni fervevano da più parti prima della guerra.

Per quanto riguarda il problema delle biblioteche dei comuni capoluoghi di provincia, prova che nella mente dei bibliotecari si dovesse proseguire il cammino partendo proprio dalla legge del 1941 è la relazione presentata nel 1954 al 9 Congresso dell'AIB da Antonio Dalla Pozza 3, direttore della Biblioteca civica di Vicenza, il quale sottoponeva all'attenzione dei colleghi uno schema di integrazione e aggiornamento di quella legge.

Il ministro della pubblica istruzione Gonella, invece, che già nel 1947 aveva incontrato i direttori delle biblioteche statali e i soprintendenti alle biblioteche comunicando loro la necessità di attivare un istituto che collaborasse alla formazione democratica dei cittadini, a sorpresa nel 1948 riunì i bibliotecari in un convegno a Palermo per proporre loro (o meglio, per comunicare loro...) l'istituzione di una biblioteca popolare in ogni circolo didattico di tutti i comuni d'Italia. Una sorta di bibliotechine la cui gestione sarebbe stata affidata dai provveditori agli studi ai maestri delle scuole elementari, con la consulenza dei soprintendenti alle biblioteche (si può immaginare quale aleatoria consulenza...).

Potevano i bibliotecari, che restarono certamente interdetti da questa improvvisa trovata del ministro, che non era una proposta ma la comunicazione di un dato di fatto e che assicurava larghi finanziamenti per la lettura pubblica, potevano i bibliotecari opporsi a una cosa simile? No, certo, non potevano. Tanto più che a un progetto del genere, certamente appoggiato dai provveditori agli studi, era inutile opporsi anche per il maggior peso che essi avevano nel Ministero della pubblica istruzione rispetto ai bibliotecari.

Ma il dissenso e la delusione avevano sfogo nei discorsi e nella corrispondenza, finché liberamente risuonarono nei congressi successivi di Milano (1951), di Cagliari (1953) e di Cesena (1954), quando nella prima applicazione le "bibliotechine popolari" dei circoli didattici, camuffate da "Scuole del leggere", avevano cambiato il nome e si erano stabilizzate come "Centri di lettura" 4.

E così, mentre l'Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche si stava dando una imbiancata per volgere l'indottrinamento dalle vedute del regime fascista a quelle della nuova classe al potere, ad appoggiare questo si aggiungeva la nuova organizzazione dei Centri di lettura.

Un antidoto a tale improvvisa uscita del ministro Gonella l'offrì il direttore della Biblioteca statale di Cremona, Stelio Bassi, istituendo - a cura di quella biblioteca - una rete di "posti di prestito" nella provincia, consistente nel deposito temporaneo in alcuni comuni, presso luoghi frequentati dal pubblico come la scuola, il municipio, la farmacia, ecc., di una "cassetta-scaffale" contenente una cinquantina di volumi che venivano distribuiti in prestito a chi ne faceva richiesta 5. La gestione della cassetta era affidata di solito a un incaricato del sindaco, che poteva essere il segretario comunale, un maestro o un volontario cittadino disposto ad averne cura. La Biblioteca statale di Cremona poteva permettersi questa espansione della sua attività anche in altri comuni della provincia perché era una biblioteca efficiente: non solo in quanto era stata diretta negli anni della guerra dalla valente collega Carini Dainotti ma anche perché, essendo la città di Cremona "feudo" del potente gerarca fascista Farinacci, aveva certamente potuto godere - a differenza di altre biblioteche - di abbondanza di mezzi.

Sul versante dell'altro problema preminente, quello della catalogazione centrale retrospettiva e della schedatura a stampa della produzione editoriale italiana contemporanea ci fu, se non una deviazione così radicale come nel settore della biblioteca pubblica, un inaspettato intermezzo che rallentò il cammino, fortunatamente per breve tempo, verso una radicale soluzione del problema.

Si era avuto, prima e durante la guerra, un susseguirsi di proposte, studi e progetti da parte di molti bibliotecari: de Gregori, Vichi, Mondolfo, Schellembrid, Jahier (quest'ultimo specialmente per l'aspetto della soggettazione e classificazione), Gout, Carini Dainotti 6. Tra questi progetti si era pensato anche, in vari modi, alla questione del finanziamento dell'impresa, che era uno degli ostacoli principali: dalla proposta di costituire un Ente parastatale per la produzione e vendita delle schede (progetto de Gregori-Gout, 1941) all'ipotesi di un consistente finanziamento americano. Falliti per varie ragioni i tentativi fatti in tal senso, alla fine (si era nel 1947) un sottosegretario alla pubblica istruzione, di cui non ricordo il nome, fece stipulare una convenzione con un industriale privato per l'organizzazione della stampa delle schede all'origine 7. Se l'iniziativa riprendeva in qualche modo i principi della proposta de Gregori-Gout, la paternità non era la loro. Anzi Luigi de Gregori guardava ad essa con sospetto e, già malato, confidava a me le sue preoccupazioni. Era, in ogni modo, sorta l'Organizzazione bibliografica Raviglione, che per prima mossa aveva messo in programma una «Rivista delle biblioteche», di cui Luigi de Gregori aveva accettato la direzione, proprio, forse, per sorvegliare l'attività del nuovo ente di bibliografia. Ma di questo non mi è riuscito di trovare alcuna documentazione: come misteriosamente era nata, così misteriosamente l'Organizzazione scompare insieme con la rivista, di cui restò pubblicato soltanto il primo numero per la morte, seguita di lì a pochi mesi, del suo direttore.

Così fu che, ripreso cautamente e ponderatamente il cammino, nel 1951 si giunse all'istituzione del Centro nazionale per il catalogo unico delle biblioteche italiane (l. 7 febbraio 1951, n. 82) 8.

Concludo questo mio intervento a posteriori con alcune considerazioni. La prima s'affaccia subito evidente a chiunque: l'enorme sperpero di danaro e di energie per gli stessi servizi duplicati in tante sedi diverse: i contributi della Direzione generale delle biblioteche a istituzioni provinciali e comunali, il finanziamento per le biblioteche scolastiche secondo la legge vigente dal 1925, quello per le "bibliotechine" create nel 1948 presso i circoli didattici e poi chiamate Centri di lettura; quello, infine, all'Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche.

Tale confusione e sovrapposizione di iniziative nell'ambito di una stessa amministrazione dello Stato significò un notevole ritardo nel perseguire la via maestra per giungere all'agognata meta della public library, che ancora oggi è lontana da essere una realtà istituzionalizzata.

Come pure la presenza dell'Organizzazione Raviglione rappresentò un ritardo per maturare la nascita nell'ambito dello Stato stesso di quella che avrebbe dovuto essere una solida istituzione per il catalogo unico delle biblioteche italiane.

Ma quel che mi preme soprattutto di sottolineare è il come tutto ciò sia potuto avvenire. E io ne attribuisco la causa alla debolezza e inefficienza in cui si trovava la nostra Associazione, appena sottrattasi alla soggezione ministeriale. Al primo passo del decentramento regionale col potere dato ai soprintendenti dal primo rinnovato statuto posteriore alla guerra, altri faticosi e lenti passi seguirono. Nel 1960 le accese discussioni del Congresso di Chianciano portarono a stabilire la fine della supremazia che fino ad allora avevano avuto in seno all'Associazione i bibliotecari governativi, e a stabilire la parità assoluta con i colleghi delle biblioteche degli enti locali e delle biblioteche speciali che elessero i propri rappresentanti nel consiglio direttivo in numero uguale ai rappresentanti degli statali. Allo scossone che dovette subire l'Associazione in seguito a questa profonda innovazione ne seguì un altro al Congresso di Venezia (1968), dove fu proposto e approvato il principio del pagamento di una quota sociale proporzionata al proprio stipendio: in conseguenza di ciò molti soci si allontanarono per alcuni anni, come era avvenuto dopo Chianciano.

Nel 1971, al Congresso di Perugia, il consiglio al completo, il cui presidente in un precedente convegno aveva svolto una relazione su L'istituzione dell'ente Regione e le biblioteche degli enti locali 9, prese contatto con la Giunta regionale dell'Umbria. Con questo passo l'Associazione si dimostrava decisamente aperta verso il nuovo interlocutore che veniva ad affiancarsi all'Amministrazione centrale nel trattare i problemi delle biblioteche. Era stato proprio per la consapevolezza che con la recente istituzione dell'ente Regione sarebbero cambiati i rapporti con l'amministrazione centrale delle biblioteche, che il tema fondamentale posto in discussione in quel Congresso era stato quello della politica per le biblioteche, sul quale i bibliotecari per la prima volta discussero apertamente e liberamente, riappropriandosi del diritto-dovere di occuparsene essi soli, principalmente, come operatori del settore. Come corollario del Congresso di Perugia maturò l'idea di pubblicare nel 1973 un opuscolo intitolato La biblioteca pubblica nel mondo nel quale furono raccolti (tradotti in italiano) la Carta del libro e il Manifesto sulle biblioteche pubbliche dell'Unesco e gli Standard per le biblioteche pubbliche dell'IFLA.

Rinvigorita, come si presenta oggi, per merito dei responsabili della sua attività, da allora, con i quattromila e passa soci, con le molte pubblicazioni dense di contenuto, con gli studi sulle nuove procedure tecniche maturati nei congressi, l'AIB può ben presentarsi rivestita di autorità e di prestigio. Il Servizio bibliotecario nazionale inoltre, al cui impianto e ai cui inizi tante energie diede Angela Vinay quand'era direttrice dell'Istituto centrale per il catalogo unico e al tempo stesso presidente dell'AIB, sta realizzando in parte quello che era uno dei principali obiettivi della politica del 1971 e che faceva esclamare al presidente Pagetti, nel suo discorso di apertura del Congresso del 1974: «Essere costretti a chiedere a strutture straniere una documentazione relativa alla "propria" letteratura - e di riflesso non essere in grado di corrispondere ad analoghe richieste da parte di altre strutture - segna un livello di sottosviluppo e di emarginazione» 10. E questo oggi non è più del tutto vero perché il Servizio bibliotecario nazionale può mettere a disposizione del pubblico quattro milioni di titoli esistenti in circa 900 biblioteche italiane. Sicché non è improbabile che, come è riuscita a ottenere che fosse istituito l'Albo professionale dei bibliotecari, l'AIB possa tra non molto ugualmente ottenere l'istituzione di scuole professionali a tutti i livelli preparatori del personale del futuro.

E, poiché m'accorgo d'essere in vena di far proposte, perché non concludere con l'avanzare quella di promuovere un'interpellanza parlamentare - il solo mezzo efficace - per abbattere l'assurdità dell'esoso canone per l'affitto dei locali che l'AIB occupa nell'edificio della Biblioteca nazionale di Roma? Assurdità evidenziata dal fatto che mentre il Ministero per i beni e le attività culturali con una mano dà un contributo finanziario all'AIB, proprio in riconoscimento del fatto che essa non ha scopi di lucro e svolge un'attività tutta dedicata allo sviluppo e all'efficienza del sistema bibliotecario italiano, il Ministero delle finanze con l'altra mano le toglie questa risorsa del suo magro bilancio.


[N.B. Il brano che precede, e questa nota, sono stati omessi per errore nella versione a stampa]

Durante la discussione, in seno al Consiglio direttivo dell'AIB, della relazione che questo intendeva presentare al Congresso di Perugia del 1971, si discusse sulla differenza fra le due espressioni "politica delle biblioteche" e "politica per le biblioteche" e fu scelta come titolo della relazione l'espressione "politica per le biblioteche" proprio perché fu ritenuta la più giusta in relazione al pensiero del Consiglio: la stessa differenza tra le due espressioni che qui si ripete.

1 Cfr. Ugo Costa, Codice delle biblioteche italiane, Roma: Istituto poligrafico dello Stato, 1949.

2 Vedi gli art. 2 e 3 del r.d.l. 21 settembre 1933, n. 1308, Disposizioni per l'adozione di un unico modello di pagella scolastica negli istituti di istruzione media.

3 Antonio Dalla Pozza, Integrazione ed aggiornamento della legge del 1941 sulle biblioteche, «Accademie e biblioteche d'Italia», 22 (1954), n. 5/6, p. 434-439.

4 Ettore Apollonj, Biblioteche popolari e centri di lettura, «Accademie e biblioteche d'Italia», 19 (1951), n. 5/6, p. 418-422.

5 Vedi anche l'intervento di Stelio Bassi sulla relazione Apollonj in «Accademie e biblioteche d'Italia», 22 (1954), n. 5/6, p. 422-423; Un esperimento di prestito librario, «Accademie e biblioteche d'Italia», 20 (1952), n. 1/2, p. 76; Angelo Daccò, Riflessi della creazione del sistema sulla biblioteca del capoluogo, in: Lettura pubblica e organizzazione dei sistemi bibliotecari: atti del Convegno di Roma, 20-23 ottobre 1970, Roma: Palombi, 1974, p. 57-58.

6 Nella Vichi Santovito, Proposta e programma d'un catalogo unico delle biblioteche governative e grandi comunali, «Accademie e biblioteche d'Italia», 14 (1939-1940), n. 5/6, p. 366-372; Anita Mondolfo, Accentramento di schedatura per le biblioteche, «Accademie e biblioteche d'Italia», 5 (1931-1932), n. 2, p. 194-197; Maria Schellembrid Buonanno, Il catalogo unico: notizie storiche informative, «Accademie e biblioteche d'Italia», 19 (1951), n. 5/6 , p. 302-206; Enrico Jahier, Catalogo a soggetto e schedatura centrale, «Accademie e biblioteche d'Italia», 12 (1938), n. 3/6, p. 281-292; Enrico Jahier, La catalogazione per materie nel catalogo unico, «Accademie e biblioteche d'Italia», 19 (1951), n. 5/6, p. 367-377.

7 Virginia Carini Dainotti, Schedatura centrale e scheda unica, «Rivista delle biblioteche», 1 (1947), n. 1, p. 29-51.

8 Clotilde Frigiolini, Il Centro nazionale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, «Accademie e biblioteche d'Italia», 43 (1975), n. 3, p. 203-234.

9 Renato Pagetti, L'ente Regione e le biblioteche degli enti locali: considerazioni relative all'articolo 117 della Costituzione, «Accademie e biblioteche d'Italia», 33 (1965), n. 4/5, p. 332-341.

10 Renato Pagetti, La struttura bibliotecaria nazionale, in: I congressi 1965-1975 dell'Associazione italiana biblioteche, a cura di Diana La Gioia, Roma: AIB, 1974, p. 230.