Biblioteche domani: il mutamento delle prospettive bibliotecarie all'alba del terzo millennio
di Michele Santoro

1. L'informazione elettronica e il ruolo delle biblioteche

Se è vero che gli sviluppi delle tecnologie elettroniche hanno dato vita a eccezionali mutamenti in tutti i campi della società, dell'economia, della cultura, è altresì vero che a venirne coinvolto in modo profondo e radicale è stato in primo luogo il settore dell'informazione: non a caso si parla infatti di «società dell'informazione» [32, 100] per designare un contesto in cui la capacità di accedere alle informazioni, l'abilità di selezionarle e di dominarle, diventano requisiti d'importanza strategica, che assegnano posizioni di prestigio - se non di potere - a chi sia in grado di padroneggiare questo straordinario capitale conoscitivo.

Un discorso sulle prospettive presenti e future delle biblioteche non può dunque prescindere dal riconoscimento delle trasformazioni che attraversano l'attuale fase socioculturale, dominata in misura crescente dai sistemi di diffusione elettronica dell'informazione. Come è stato da più parti rilevato, l'avvento delle tecnologie digitali e il passaggio dal supporto cartaceo a quello elettronico non solo producono sostanziali cambiamenti nei modi di percezione della realtà, ma determinano un deciso rinnovamento nell'universo del sapere, una riconfigurazione delle conoscenze intorno a forme e modelli culturali notevolmente diversi da quelli che fino a oggi hanno caratterizzato il panorama informativo [25, 63]. Le conseguenze che questo stato di cose provoca sugli istituti bibliotecari appaiono davvero rivoluzionarie: l'impatto delle nuove tecnologie viene infatti a incidere in maniera così massiccia sulla struttura organizzativa e la vita quotidiana delle biblioteche da modificarne la dimensione più profonda, imponendo un nuovo paradigma che sovverte la concezione che per secoli le biblioteche hanno avuto di sé.

Si tratta, con ogni evidenza, di una tappa fondamentale, di uno snodo così palese e marcato da consentire un confronto con altri essenziali momenti di svolta intervenuti nella lunga storia delle biblioteche: e ciò non solo o non tanto per definire possibili analogie con la situazione attuale, quanto per individuare alcuni antecedenti in cui problematiche impreviste e decisamente innovative sono state recepite in tutta la loro complessità e utilizzate per offrire sempre maggiori possibilità d'informazione e di servizio agli utenti.

Un primo raffronto è dunque possibile con il periodo successivo all'invenzione della stampa a caratteri mobili, allorché le biblioteche si sono trovate a vivere una fase di eccezionale mutamento e di forte discontinuità col passato. Ben note e ampiamente documentate sono le conseguenze prodotte dall'introduzione della stampa [28, 33, 60]: in sintesi, esse si possono indicare nell'aumento esponenziale del numero dei libri, cui ha fatto seguito una serie di trasformazioni di ordine sociale, psicologico e culturale; nelle maggiori possibilità di conservazione dei documenti, e quindi dei contenuti da essi veicolati; e nell'impatto fortissimo che tale situazione ha avuto sulle biblioteche, fronteggiato con profonde modifiche architettoniche [18] e con una sostanziale riorganizzazione degli strumenti per l'accesso e il recupero dell'informazione, quali i cataloghi, i repertori bibliografici, gli schemi di classificazione [22].

Un altro passaggio cruciale, che a parere di Francis Miksa segna la nascita della biblioteca moderna [64, 65], si può collocare verso la seconda metà dell'Ottocento, quando negli Stati Uniti e in Gran Bretagna si sviluppa il grande movimento per le public libraries: è questo infatti il periodo in cui si afferma un'idea del tutto nuova della biblioteca, che viene a configurarsi come una struttura effettivamente pubblica, come un'agenzia aperta a tutti i cittadini, finanziata con fondi pubblici e finalizzata all'acquisto di raccolte documentarie in grado di soddisfare i bisogni di un'utenza vasta ed eterogenea, alla quale l'accesso alle conoscenze va garantito senza vincoli di sorta.

Le affinità che si possono rintracciare fra questi due momenti storici e l'attuale fase bibliotecaria sono abbastanza evidenti: analogamente a quanto accaduto con l'avvento della stampa anche oggi, grazie alle tecnologie digitali, si assiste a un vertiginoso aumento della produzione documentaria, in particolare di quella su supporto non cartaceo. Tale situazione non solo determina un diverso atteggiamento culturale e psicologico nei confronti di queste nuove forme documentarie, ma obbliga le biblioteche a elaborare criteri assolutamente innovativi per la loro organizzazione e gestione. Allo stesso modo l'idea della public library, volta ad assicurare una fruizione quanto mai ampia delle conoscenze, può essere vista in analogia con la realtà odierna, in cui l'accesso alle informazioni verrebbe garantito dalle reti telematiche e dalla loro capacità di veicolare, su scala planetaria, una quantità estremamente elevata di dati. Ma al di là delle somiglianze esteriori, ciò che più conta della lezione del passato sta nel riconoscimento che le biblioteche, oltre ad accogliere e far proprie le innovazioni più significative intervenute in ciascuna fase storica, hanno operato una profonda riflessione sulla diversa maniera con cui le conoscenze si andavano stratificando in contatto con le mutate prospettive sociologiche e culturali: anche oggi dunque, da parte dei bibliotecari, s'impone un'analoga riflessione non solo o non tanto sugli aspetti tecnici, procedurali e gestionali intervenuti con i meccanismi di diffusione elettronica dell'informazione, quanto sui nuovi e per molti versi rivoluzionari criteri di organizzazione del sapere indotti dalle tecnologie digitali.

Esula dalle finalità del presente articolo l'approfondimento di tematiche che appaiono sempre più centrali nel dibattito sull'informazione elettronica; nel rinviare ad altri, più autorevoli studi [14, 21, 78], in queste note intendiamo segnalare alcune linee di tendenza della nuova temperie bibliotecaria, mettendo a fuoco i principi di base su cui si fonda questa concezione della biblioteca e insistendo sul ruolo che assume il bibliotecario nel rinnovato contesto dell'information technology.

2. Biblioteca virtuale, biblioteche digitali

Molteplici e di grande portata sono le innovazioni che negli ultimi decenni hanno influito sulla vita delle biblioteche: in sintesi, esse si possono indicare da un lato nell'automazione delle procedure - e della catalogazione in particolare - che ha condotto alla realizzazione di cataloghi in linea condivisi fra più biblioteche e interrogabili a distanza [9, 76], e dall'altro nella sempre maggiore presenza di documentazione non cartacea, disponibile su supporto elettronico (floppy disk, CD-ROM) o veicolata attraverso i collegamenti in linea e le reti telematiche [3, 26, 94]; a ciò si aggiungono le moltiplicate capacità di digitalizzazione e di inserimento in rete di grandi archivi di documenti cartacei e il ruolo determinante dell'editoria elettronica, volto a promuovere la nascita di sempre nuove pubblicazioni digitali e a favorire l'immissione in Internet di prestigiose riviste finora esistenti solo su carta [86].

Questo tumultuoso incedere di trasformazioni e di cambiamenti tecnologici ha progressivamente mutato l'immagine delle biblioteche, rendendo tangibile la sensazione di essere di fronte a una svolta che non solo determina una diversa organizzazione delle procedure e dei servizi, ma che viene a incidere sull'identità stessa delle biblioteche e sul ruolo a cui hanno assolto nel corso della loro storia millenaria [5, 7, 16, 35, 75].

«Biblioteca virtuale» è stata la denominazione che è intervenuta a connotare questa nuova frontiera bibliotecaria, sempre più coinvolta nelle tecnologie elettroniche e nella documentazione digitale [13, 23, 31, 66, 73, 93, 98]; ma curiosamente, fin dal suo apparire, questo termine è stato accompagnato da una serie di sinonimi [27, 77] impiegati per esprimere con maggior precisione alcuni aspetti del problema o per meglio definirne alcune caratteristiche. Così di volta in volta si sono proposti descrittori quali «biblioteca senza pareti» [55], per indicare una struttura che andasse al di là dello spazio fisico e limitato di una singola biblioteca; o «biblioteca globale», a suggerire un'immagine di straordinaria ampiezza ed estensione planetaria; o ancora «biblioteca logica» o «metabiblioteca», per significare la condivisione logica di una serie di risorse distribuite nello spazio; o infine «biblioteca elettronica» [4, 8, 56] o «digitale», in cui l'accento cade in primo luogo sulle infrastrutture tecnologiche e i collegamenti di rete indispensabili per dar vita a queste nuove strutture bibliotecarie.

A fronte di tale varietà terminologica non è chiaro perché si sia consolidato il termine «biblioteca virtuale»: non certo in riferimento alla realtà virtuale, alla possibilità cioè che la biblioteca sia in grado di operare attraverso i meccanismi di simulazione propri di questa tecnologia, anche se oggi, grazie a sofisticati sistemi di organizzazione delle informazioni in rete, la realtà virtuale comincia a essere presente su Internet e a suggerire interessanti prospettive anche per l'ambito bibliotecario [87]. Assai più probabile è la relazione con l'idea del virtuale, cioè quella dimensione artificiale in cui la realtà quotidiana viene tradotta, per così dire, in entità immateriali, in dati incorporei, in informazioni digitali [40, 46, 58]: in altre parole, è come se il termine, nell'unione di un aggettivo così indefinito e sfumato come «virtuale» con un sostantivo di così grande notorietà e concretezza quale «biblioteca», si caricasse di una straordinaria forza evocativa, in grado di produrre una serie di suggestioni atte a esprimere l'idea di una prospettiva bibliotecaria molto avanzata e realizzabile attraverso i più recenti sviluppi della tecnologia.

Ma al di là delle ipotesi terminologiche, è indubbio che il sintagma abbia goduto di un notevole successo, che lo ha avvantaggiato rispetto ai possibili termini alternativi fino a renderlo prevalente nel significato di biblioteca rinnovata e antitradizionale: e tuttavia oggi, di fianco a «biblioteca virtuale», sempre più spesso viene a collocarsi una delle locuzioni che in una prima fase sembravano avergli ceduto il passo, e cioè «biblioteca digitale». A parere di alcuni, i due termini appaiono come meri sinonimi, andando a definire un medesimo ambito concettuale; a nostro avviso invece, lo "spostamento" dal virtuale al digitale non rappresenta solo un mutamento esteriore - quasi una sostituzione di un'etichetta su un prodotto - ma implica un diverso approccio al problema: difatti l'idea di biblioteca digitale non è tanto riferita a un discorso teorico generale, a una visione d'insieme relativa a una nuova prospettiva bibliotecaria, ma richiama piuttosto una serie di esperienze in corso, definisce una gamma di metodologie e di tecniche che consentono il passaggio verso prospettive "digitali" di intere biblioteche o parti di esse. Non a caso tale locuzione è usata assai spesso al plurale, essendo le singole digital libraries a divenire oggetto di studio in relazione alle pratiche di digitalizzazione delle fonti cartacee, o in rapporto all'organizzazione e alla gestione dei documenti elettronici (siano essi di natura testuale, visiva o sonora), o riguardo alle nuove procedure di catalogazione e di indicizzazione di tali documenti, e così via discorrendo.

Per biblioteca virtuale è allora possibile intendere quel complesso di riflessioni e di proposte che si sono sviluppate in seguito all'irruzione delle tecnologie elettroniche e che non solo hanno messo in evidenza la crisi del tradizionale modello di biblioteca, ma hanno consentito di individuare i presupposti concettuali e le basi metodologiche per l'avvento di un nuovo paradigma bibliotecario. Le biblioteche digitali rappresentano invece, per così dire, il prodotto di queste riflessioni, la maniera con cui le più recenti acquisizioni tecnologiche vengono impiegate per digitalizzare e immettere in rete una quantità assai elevata di risorse, organizzando in maniera innovativa le informazioni elettroniche al fine di permettere un accesso quanto mai ampio alle conoscenze. Presenteremo di seguito alcuni aspetti che maggiormente caratterizzano la biblioteca virtuale, rinviando a una seconda parte di questo lavoro per un'indagine più approfondita sulle biblioteche digitali e sui progetti a esse correlati.

3. Un'idea di biblioteca virtuale

La biblioteca virtuale può essere dunque definita come una struttura per mezzo della quale è possibile accedere, in maniera immediata e simultanea, a una raccolta di dati più vasta e diversificata rispetto a quella in cui si è presenti fisicamente: l'utente cioè, grazie alle tecnologie elettroniche, è in grado di raggiungere dal proprio posto di lavoro una gamma di risorse informative non disponibili localmente.

Una definizione più completa è quella proposta da D. Kaye Gapen, che intende la biblioteca virtuale in termini di «accesso remoto» ai contenuti e ai servizi delle biblioteche e di ogni altra fonte informativa: la biblioteca virtuale, secondo la studiosa americana, rappresenta infatti la somma delle diverse raccolte documentarie - cartacee o digitali - distribuite su tutto il pianeta e collegate fra loro da un insieme di reti telematiche in grado di annullare le distanze e di facilitare il reperimento dei documenti [37, p. 1].

Com'è evidente, entrambe le definizioni mettono in rilievo il concetto di accesso, vera parola chiave di ogni discorso sulla biblioteca virtuale, ma quella della Gapen si focalizza sull'idea di accesso remoto alla molteplicità delle fonti informative esistenti: il che equivale a dire, ci pare evidente, che grazie alle potenzialità delle reti è oggi possibile raccordare la grande varietà di risorse documentarie possedute presso le biblioteche e le altre strutture informative e realizzare in tal modo un unico, immenso circuito di conoscenza che consenta di accedere, su scala planetaria, a tutte le informazioni comunque registrate. È ciò che, con accenti diversi, sostengono altri studiosi statunitensi quando rilevano come il termine «virtuale» venga impiegato per connotare una biblioteca che «è dovunque e in nessun luogo», fornita di «ogni tipo immaginabile di risorse e di servizi informativi localizzati in siti diversi e remoti rispetto agli utenti», una biblioteca insomma «logicamente coerente ma fisicamente distribuita» [59, p. 146].

Se accogliamo queste ipotesi definitorie possiamo riconoscere che, al di là delle indispensabili infrastrutture tecnologiche e della presenza di reti a diffusione globale, l'idea di biblioteca virtuale riposa su due presupposti fondamentali: la disponibilità generalizzata e pressoché universale del sapere, realizzabile attraverso la condivisione in rete di tutte le fonti conoscitive ovunque localizzate, e la collaborazione molto forte e molto stretta fra le diverse strutture documentarie che, collegate in un grande circuito telematico, siano in grado di accedere a questo insieme di risorse onde ottenere un rapido ed efficace recupero delle informazioni.

Sia l'uno che l'altro punto non sono certo un'acquisizione recente: se infatti da un lato il desiderio di dominare la totalità delle conoscenze attraverso il controllo di tutti i documenti prodotti dall'uomo ha rappresentato una costante dello spirito umano, dall'altro lato la collaborazione fra biblioteche in vista di una reciproca condivisione delle risorse fa parte della tradizione stessa degli istituti bibliotecari, che più volte nel corso della loro storia hanno realizzato forme di cooperazione per il miglior utilizzo dei patrimoni. Oggi l'idea di biblioteca virtuale è in grado non solo di dare nuova concretezza a questi principi, ma di fonderli in un unicum nel quale convivono sia le fasi operative di organizzazione tecnica e di ricerca delle informazioni, sia gli aspetti concettuali di allargamento dello spettro conoscitivo a tutte le risorse disponibili sul pianeta.

4. Preistoria della biblioteca virtuale

L'inesausta volontà di raccogliere e dominare la totalità della produzione documentaria, il desiderio di padroneggiare l'universo del sapere nelle infinite forme in cui si è manifestato, è un topos che corre parallelo alla storia dell'uomo. «In figure diverse» scrive Roger Chartier «il sogno di una biblioteca che riunisca tutti i saperi accumulati, tutti i libri mai scritti, ha attraversato la storia della civiltà occidentale» [22, p. 76], penetrando nella vicenda culturale con un percorso che si snoda dall'antichità ai giorni nostri e che trova nella borgesiana Biblioteca di Babele, distopica visione di una biblioteca che «comprende tutti i libri», la sua più celebre e definitiva consacrazione [17, p. 684]. Ora, ci pare evidente che la capacità delle reti telematiche di dare accesso a un numero immenso di informazioni possa essere letta come lo stadio finale di questo cammino teso a realizzare un'immensa, onnicomprensiva raccolta delle conoscenze registrate: grazie alle reti - e a Internet in particolare - è oggi infatti possibile raggiungere una quantità sterminata di risorse informative, dando così concretezza al desiderio, da sempre consustanziale al genere umano, di dominare l'insieme delle conoscenze attraverso il possesso - fisico o logico - di tutti i documenti sui quali sono registrate.

D'altro canto questa tensione verso un controllo totale del sapere ha trovato una concreta forma di realizzazione nella tendenza alla collaborazione messa in atto dalle biblioteche e dagli altri istituti documentari: difatti la necessità di condividere la molteplicità delle fonti documentarie esistenti ha prodotto una serie di strumenti - repertori, indici, cataloghi - che hanno consentito una divulgazione più capillare e un utilizzo assai più ampio di tali risorse. Oggi la cooperazione fra biblioteche diventa una condizione essenziale in vista di una migliore funzionalità dei servizi bibliotecari, o di una più efficace condivisione in rete dei cataloghi collettivi, o della traduzione in formato digitale di una vasta mole di documenti, che in tal modo vengono messi a disposizione di un'utenza di gran lunga più estesa di quella che fisicamente frequenta le biblioteche.

Se è vero allora che la biblioteca virtuale esiste grazie alle tecnologie elettroniche, e che se ne discute oggi perché solo oggi queste tecnologie ne hanno reso possibile la realizzazione, è altresì vero che essa è sostenuta da una visione di lunga lena, da un valore più profondo e nucleare che risiede nel duplice e concomitante aspetto della collaborazione reciproca fra biblioteche e del controllo sull'universo del sapere: se si accoglie questa tesi, è allora possibile tornare indietro nella vicenda documentaria e ripercorrere le tracce di quello ci piace definire la "preistoria" della biblioteca virtuale, ossia i diversi momenti in cui la cooperazione bibliotecaria e la tensione a padroneggiare la totalità delle conoscenze hanno trovato espressione - a volte in forme utopistiche o immaginarie, altre volte in concrete realizzazioni bibliotecarie - in una serie di idee, di progetti o di strumenti che si possono senz'altro indicare come gli antesignani dell'idea di biblioteca virtuale [53, 71].

Così è fin troppo agevole individuare il primo e più illustre di questi precursori nella biblioteca di Alessandria, una biblioteca concreta, la più grande del mondo antico, ove per secoli si è coltivato il sogno di raccogliere tutto il sapere del mondo: anche se per i sapienti di Alessandria padroneggiare lo scibile voleva dire cumularlo fisicamente in un solo luogo, è importante rilevare come il desiderio di controllare l'universo delle conoscenze sia stato realizzato attraverso la creazione di un'impresa bibliotecaria di proporzioni gigantesche, che ancor oggi non trova l'eguale se rapportata alle conoscenze tecniche e organizzative dell'epoca [41].

È noto d'altra parte che la collaborazione fra diverse strutture bibliotecarie allo scopo di condividere le risorse informative ha una tradizione antichissima, risalente perlomeno al Medioevo, e in particolare alla seconda metà del XIII secolo quando, con il Registrum Angliae de libris doctorum et auctorum veterum, viene realizzato il primo "catalogo collettivo" della storia: si tratta di un'impresa di dimensioni imponenti effettuata dai francescani inglesi i quali, fra il 1250 e il 1296, compilano l'elenco dei libri posseduti da ben 183 biblioteche di conventi e cattedrali d'Inghilterra e di Scozia [69, p. 30-33]. L'idea di raccogliere le registrazioni dei documenti che a ritmi sempre più incalzanti vengono prodotti dall'uomo è poi continuata con la grande stagione dei repertori bibliografici [6], che hanno ampliato di molto l'orizzonte conoscitivo dell'umanità, proponendosi come i cataloghi «di tutti i libri mai scritti su un qualsiasi argomento oppure degli autori di una certa nazione» [22, p. 84]: queste opere - di cui la più importante e celebre è senz'altro la Bibliotheca universalis di Conrad Gesner [89] - hanno avuto il merito di trasformare «il mondo chiuso delle singole biblioteche [...] in un universo di libri, reperiti, censiti, visitati, consultati e, eventualmente, presi a prestito» [22, p. 84].

Ma la volontà dell'uomo di raccogliere e dominare la globalità delle informazioni trova il suo momento di massima espressione verso la fine dell'Ottocento, quando i due avvocati belgi Paul Otlet e Henri La Fontaine progettano la costruzione del Répertoire bibliographique universel, ossia di un archivio in grado di raccogliere le registrazioni catalografiche di tutte le pubblicazioni esistenti - libri, articoli, rapporti tecnici, ecc. - e di realizzare in tal modo quel controllo bibliografico universale che ha rappresentato per secoli l'ambizione di eruditi e bibliografi [91]. Anche se il sogno dei due belgi di un'indicizzazione di tutto lo scibile sarà ben presto destinato a infrangersi, il loro sforzo renderà esplicita l'idea che il controllo sulla produzione documentaria non fosse una mera utopia, ma che per contro potesse realizzarsi in presenza di solidi finanziamenti e di tecnologie adeguate.

Con il passo successivo ci avviciniamo a una visione che ha notevoli analogie con gli attuali criteri di impiego delle tecnologie dell'informazione: e ciò avviene nel 1945, quando Vannevar Bush, già consigliere scientifico del presidente Roosevelt, elabora il progetto Memex [19], consistente in una particolare scrivania dotata di schermi e tastiere e provvista al suo interno di un'enorme biblioteca di documenti microfilmati, da cui fosse possibile selezionare ed estrarre molto velocemente qualsiasi testo o immagine che potesse risultare utile per l'utente. E tuttavia la visione più ardita e utopistica volta a raccogliere, organizzare e distribuire la totalità del sapere prende il nome assai evocativo di Xanadu e si deve a Theodor Holm Nelson, il quale negli anni Sessanta "inventa" l'ipertesto, concependolo come un unico, immenso contenitore informatico in grado di archiviare qualsivoglia documento prodotto dall'uomo [67]. «Nelle intenzioni del suo ideatore» scrive infatti Riccardo Ridi, «Xanadu è un programma che gira su una miriade di calcolatori collegati in rete planetaria e che sostituisce completamente ogni altro genere di archiviazione (anche casalinga). Assolutamente tutti i documenti, anche i più effimeri e personali, risiedono su Xanadu, protetti dagli sguardi altrui finché l'autore non decide di renderli pubblici, cioè disponibili sull'intera rete» [80, p. 156].

L'attitudine a una condivisione sempre più ampia ed efficiente delle proprie risorse ha poi rappresentato l'obiettivo esplicito della nutrita serie di consorzi, reti e sistemi bibliotecari che, a partire dagli anni Sessanta, si sono sviluppati dapprima negli Stati Uniti e poi in quasi tutti i paesi del mondo; l'obiettivo di queste istituzioni - tra le quali la più importante e famosa è senz'altro l'americana OCLC [82] - è stato da un lato quello di avvantaggiare l'utente fornendogli l'accesso a un numero assai ampio di documenti, e dall'altro quello di migliorare la gestione finanziaria delle biblioteche, rendendo disponibili una serie di servizi di qualità elevata ma a costi decisamente più bassi di quelli ottenibili dalle singole biblioteche. La realizzazione di grandi progetti di catalogazione coordinata ha rappresentato il primo e il più importante di questi servizi, il cui valore aggiunto sta nella condivisione in rete di grandi cataloghi collettivi contenenti un'enorme quantità di dati bibliografici.

5. Tecnologie e innovazione in biblioteca

Se dunque la biblioteca virtuale non è data solo da un intrico di cavi e da una molteplicità di computer, ma è il risultato di un percorso in cui le istanze tendenti al controllo bibliografico universale e alla collaborazione fra biblioteche s'incontrano nell'inebriante abbraccio delle nuove tecnologie, è allora possibile guardare all'attuale fase socioculturale - dominata dalla sempre crescente disponibilità di documentazione digitale - come a un naturale completamento di questo percorso: difatti null'altro appare la straordinaria gamma di risorse conoscitive presenti sulle reti se non la rappresentazione in formato elettronico dell'intero scibile prodotto dall'uomo [85], il cui possesso avviene oggi nella forma di un "accesso" quanto mai vasto alle informazioni. E tuttavia l'esito a cui ci ha condotti questa visione della biblioteca virtuale non si sarebbe potuto raggiungere se le strutture bibliotecarie non fossero da tempo coinvolte in un processo di sostanziali trasformazioni, processo che si può far decorrere almeno dagli anni Sessanta e che ha determinato quel decisivo cambiamento di metodi e di mentalità di cui oggi si colgono i frutti più significativi [10].

Non a caso i primi anni Sessanta possono essere indicati come terminus a quo di tale svolta tecnologica: è questo infatti il periodo in cui, per la prima volta, le biblioteche si trovano a fronteggiare le sfide provenienti dal mondo dell'informatica, e che ben presto condurranno all'introduzione di sistemi volti ad automatizzare le procedure interne, dal prestito alle acquisizioni alla catalogazione; tali sistemi, dapprima impiegati in maniera separata e modulare, andranno man mano integrandosi, rendendo più omogenee le diverse pratiche bibliotecarie e offrendo agli utenti una nuova serie di servizi, dai cataloghi in linea al prestito informatizzato [15].

All'automazione delle procedure ha naturalmente fatto seguito un incremento dei programmi di cooperazione fra biblioteche [47, 90]: si sono così costituiti i grandi consorzi e le reti di biblioteche - per gli Stati Uniti, oltre al già citato OCLC, ricordiamo RLIN del Research Library Group - che hanno dato vita a progetti di vasto respiro specie nel campo della catalogazione e del prestito interbibliotecario. Queste reti, che nel corso degli anni si sono estese ben oltre i confini statunitensi, costituiscono per la comunità bibliotecaria una risorsa essenziale sia per la condivisione del patrimonio bibliografico sia come fonte per la catalogazione derivata, mentre per gli utenti non ha paragoni il beneficio rappresentato dai milioni di items presenti nei cataloghi in linea e raggiungibili attraverso i collegamenti telematici.

Ma l'automazione e l'immissione in rete dei cataloghi non ha interessato soltanto i grandi consorzi bibliotecari: gradualmente moltissime biblioteche grandi e piccole in tutto il mondo hanno realizzato il proprio OPAC, in modo da accelerare le procedure di consultazione a distanza e favorire il recupero dei documenti [9, 76]. L'avvento delle reti telematiche e di Internet in particolare ha dato uno straordinario impulso alla condivisione degli OPAC su scala planetaria, tanto che attualmente sono migliaia i cataloghi di biblioteche visibili grazie ai collegamenti in linea. Oggi com'è noto la consultazione dei cataloghi è agevolata dalla presenza di interfacce semplici e amichevoli, spesso rese particolarmente accattivanti dalle sempre nuove potenzialità di Internet.

Una fase non meno importante nell'avanzamento tecnologico delle biblioteche è stata caratterizzata dalle basi di dati in linea, ossia quei grandi insiemi di informazioni - di tipo sia bibliografico sia fattuale - presenti su computer remoti e raggiungibili attraverso collegamenti di rete [24, 49, 50]. Difatti le banche dati in linea hanno rappresentato un primo, decisivo momento in direzione dell'accesso remoto a fonti informative elettroniche, anche se alcune difficoltà - obbligo di abbonarsi per poter accedere alle informazioni; tariffazione a tempo, cioè quantificata in relazione ai tempi di collegamento; complessità dei linguaggi d'interrogazione, che costringe l'utente a ricorrere a intermediari esperti - hanno reso non sempre agevole questo servizio. Oggi però, grazie a Internet, le banche dati in linea sono consultabili in maniera assai più semplice, presentando significative innovazioni sia nelle interfacce sia nelle modalità di ricerca.

A partire dagli anni Ottanta, le difficoltà insite nei collegamenti in linea sono state per buona parte superate con l'avvento dei CD-ROM che, grazie alla capacità di immagazzinare grandi quantità di dati e alla facilità d'uso, hanno costituito un'alternativa assai vantaggiosa nella ricerca e nel recupero delle informazioni [30, 61]; le caratteristiche che hanno fatto del CD-ROM uno degli strumenti più diffusi nella nuova temperie bibliotecaria sono state la gestione on site, cioè su singoli computer o su computer collegati in rete locale, il costo nullo o quanto mai limitato per l'utente finale, e soprattutto la notevole semplicità di utilizzo, tanto da poter essere usati anche da utenti non esperti in linguaggi d'interrogazione o in collegamenti remoti.

Le innovazioni introdotte nelle procedure e nei servizi e i sofisticati strumenti dell'information technology [11, 68] sono tutti fattori che hanno favorito l'ingresso di Internet in biblioteca al fine di un utilizzo estensivo delle sue risorse. Internet, a detta di molti, costituisce la più grande rivoluzione degli ultimi anni nel campo dell'informazione e della comunicazione: ed è certo che, nonostante lo sfruttamento commerciale al quale è sottoposta, la "rete delle reti" rappresenti uno straordinario mezzo d'indagine conoscitiva, uno strumento capace di estendere al massimo le possibilità di ricerca e di recupero delle informazioni, tanto che da più parti si è guardato ad essa come al sistema che sarà finalmente in grado di realizzare il millenario sogno dell'uomo volto al dominio sulla totalità dello scibile, al controllo su tutto il sapere. Ma al di là di tale ipotesi, è indiscutibile che Internet fornisca alle biblioteche e ai loro utenti un accesso quanto mai ampio all'informazione, sia di tipo bibliografico - nella forma di cataloghi in linea e banche dati bibliografiche - sia di tipo fattuale, consistente nella molteplicità di risorse a testo completo disponibili sulla rete e prontamente utilizzabili dagli utenti [12, 36, 62, 79, 84].

6. Un nuovo ruolo per le biblioteche

L'avvento delle reti a diffusione globale permette dunque alle strutture bibliotecarie di estendere il proprio raggio d'azione ben oltre i ristretti ambiti rappresentati dalle singole biblioteche o da gruppi di biblioteche consorziate: la possibilità di collegarsi a migliaia di cataloghi e basi di dati, o di raggiungere e utilizzare un gran numero di risorse presenti su Internet, costituisce infatti un ampliamento senza precedenti delle possibilità di ricerca e di recupero dell'informazione sia cartacea che digitale. Per le biblioteche si tratta di un cambiamento assai significativo, che non tocca soltanto gli aspetti organizzativi e gestionali, ma che va a incidere su quella che da sempre è stata la natura più intima, la radice costitutiva delle biblioteche stesse, e cioè il proprio patrimonio, l'insieme dei documenti che esse devono raccogliere, organizzare e rendere fruibili per gli utenti. Difatti la possibilità di accedere alla pluralità di fonti informative disponibili sulle reti significa che le biblioteche non hanno più l'obbligo di effettuare acquisizioni massicce in attesa che gli utenti ne facciano richiesta. Se in passato le biblioteche erano spinte ad acquistare un numero sempre maggiore di documenti per offrire un miglior servizio all'utenza, oggi le informazioni possono essere vantaggiosamente raggiunte grazie ai collegamenti telematici, e ottenute attraverso sistemi di prestito interbibliotecario o di document delivery, se si tratta di documenti cartacei, o direttamente dalla rete, trattandosi di notizie in formato elettronico liberamente disponibili su Internet.

È una situazione che, ci pare evidente, comporta una svolta radicale, un vero e proprio mutamento nel paradigma concettuale delle biblioteche, non più fondato sull'acquisizione massiccia e sull'accrescimento costante del proprio patrimonio, ma orientato all'accesso e all'utilizzo di risorse fisicamente presenti e disponibili altrove; lo spostamento del paradigma dal possesso all'accesso [48, 83, 97] ha infatti conseguenze di portata straordinaria sulle biblioteche, innovandone il ruolo e determinando nuove funzionalità [96]. I principali cambiamenti riguardano in primo luogo la gestione delle acquisizioni e l'organizzazione delle raccolte, aspetti a cui si lega una nuova distribuzione del bilancio, oltre che una diversa pianificazione e valutazione degli obiettivi; decisive trasformazioni intervengono poi nella gestione dei servizi e nelle funzioni che il bibliotecario si trova a esplicare nel rinnovato contesto delle reti.

Il primo elemento di discontinuità con il tradizionale approccio basato sul possesso è dunque legato a una rinnovata politica delle acquisizioni. Negli ultimi anni, infatti, alla crescita esponenziale delle pubblicazioni e al costante aumento nei costi dei prodotti a stampa ha corrisposto una progressiva contrazione nei bilanci delle biblioteche, che si sono viste costrette a ridurre drasticamente le spese per gli acquisti. Oggi tuttavia un'alternativa assai vantaggiosa è data dalla possibilità di accedere all'enorme quantità di dati disponibili sulle reti e di ottenere i documenti così individuati attraverso i sistemi di prestito interbibliotecario e di document delivery, conseguendo notevoli risparmi sui costi di acquisto e sui tempi di trattamento dei materiali: si può dunque parlare, in questi casi, di costi di accesso, che intervengono cioè solo quando l'informazione è esattamente quella desiderata dall'utente. Ma economie tanto maggiori si potranno realizzare quanto più le acquisizioni saranno condotte in modo coordinato, per esempio fra biblioteche di ambito disciplinare simile (di facoltà, di dipartimento, ecc.) o affini tipologicamente o geograficamente (consorzi, reti di biblioteche pubbliche, ecc.). Il coordinamento appare estremamente proficuo, ad esempio, quando si tratta di effettuare abbonamenti a nuovi periodici, o se si decide di acquistare costose banche dati su CD-ROM, o quando è necessario pagare una tariffa per ottenere informazioni via rete, o anche quando è possibile ricevere i documenti attraverso sistemi di prestito interbibliotecario o di document delivery [42].

Non è chi non vede che l'enfasi sull'accesso implica una maniera del tutto nuova di concepire il patrimonio documentario e le strategie per un suo armonico incremento: la possibilità di accedere a una quantità assai ampia di risorse informative comporta infatti sostanziali modifiche nella gestione delle raccolte, influenzando i criteri con cui le biblioteche decidono di incrementare le proprie collezioni bibliografiche [20]. Non a caso il patrimonio di una biblioteca appare oggi come qualcosa di composito, come un mosaico di risorse cartacee e digitali sia presenti localmente sia raggiungibili via rete: dunque i criteri di selezione dei documenti vanno affrontati non solo sulla base delle richieste dell'utenza, ma anche in relazione ai diversi "livelli di accesso", ossia alle possibilità concesse alla biblioteca di raggiungere e ottenere i documenti presso dislocazioni remote. Di conseguenza, la gestione delle raccolte da un lato evolverà verso una maggiore integrazione fra documenti disponibili su supporti diversi, e dall'altro sarà sempre più orientata alla creazione di "collezioni virtuali", ossia di documenti acquisiti da più biblioteche sulla base di strategie coordinate e visibili attraverso i cataloghi in linea.

Le risorse finanziarie rese libere da una rinnovata politica degli acquisti possono essere così "riallocate" a vantaggio di altri settori della biblioteca: si potranno in tal modo sostenere i costi delle infrastrutture tecnologiche (spese di hardware e software, costi delle reti, ecc.); le spese per personale specializzato esterno da adibire a servizi ripetitivi, secondo una sempre più diffusa tendenza in direzione dell'outsourcing; le spese legate alla fornitura di servizi a distanza, quali il document delivery e il prestito interbibliotecario; bisognerà infine fare fronte ai costi della tradizionale biblioteca "cartacea" anche se, in misura crescente, la domanda informativa verrà soddisfatta con le strategie di accesso alle risorse remote [99, p. 31-33].

Per il perseguimento dei propri obiettivi le biblioteche avranno inoltre bisogno di impegnarsi in un'attenta politica di pianificazione che definisca gli scopi e le finalità dei servizi da erogare, una politica che avrà il suo punto di forza nella cooperazione fra strutture diverse al fine di individuare i comuni ambiti di intervento e le finalità che s'intendono perseguire. Le strategie di pianificazione andranno condotte in modo "progressivo", tenendo cioè conto della necessaria integrazione fra le tradizionali fonti cartacee e le nuove risorse digitali. Esse tuttavia dovranno svilupparsi sulla base del rinnovato paradigma bibliotecario, che prevede una biblioteca guidata dalla domanda (ossia dagli specifici bisogni informativi degli utenti) piuttosto che orientata sull'offerta (cioè su massicce acquisizioni di documenti in attesa che qualcuno ne faccia richiesta): il successo di tali strategie dipende dalla possibilità di garantire agli utenti un ampio accesso alle informazioni e un vantaggioso recupero dei materiali. I risultati così ottenuti andranno naturalmente misurati, e ciò non può più avvenire con i metodi adottati per le biblioteche tradizionali, basati essenzialmente sulla stima del posseduto (ampiezza delle collezioni, numero di abbonamenti a riviste, ecc.): un'efficace valutazione andrà invece condotta in termini di accesso, tenendo conto, ad esempio, della facilità di utilizzo degli strumenti elettronici, dei tempi di risposta delle reti, dei tempi di fornitura dei materiali e dell'accuratezza e validità dei documenti acquisiti [99, p. 26-31].

Un settore in cui il mutamento del paradigma provoca trasformazioni di grande rilievo è quello dei servizi tecnici - in particolare i servizi di catalogazione e indicizzazione - da sempre considerati di vitale importanza per le biblioteche. Oggi infatti le dinamiche dell'accesso, basate sulla necessità di recuperare le informazioni all'esterno della biblioteca, impongono una diversa maniera di concepire i cataloghi, il cui spettro si amplia a includere tutte quelle fonti che, per quanto non possedute dalla biblioteca, possono tuttavia essere raggiunte attraverso i collegamenti telematici e prontamente utilizzate dagli utenti. Questa rinnovata e per molti versi rivoluzionaria concezione dei cataloghi comporta - è appena il caso di segnalarlo - un'estensione delle tradizionali competenze indicizzatorie e catalografiche [70], alle quali va ad aggiungersi non solo un'accurata conoscenza delle risorse remote, ma una speciale capacità di selezionarle, classificarle e renderle fruibili per gli utenti [29]. Appare pertanto necessaria l'adozione di norme e criteri del tutto nuovi, che tengano conto della natura eterogenea di tali risorse, non più o non solo di tipo cartaceo, ma estese a una pluralità di forme e supporti diversi: è una situazione che, con tutta evidenza, determina profonde modificazioni nei principi di base della catalogazione formale e semantica, con conseguenze teoriche e pratiche di cui s'incomincia appena a intravedere la portata [88, 95].

Questo ampliamento di funzioni nei servizi tecnici si riflette poi, in maniera del tutto naturale, sul settore dei servizi al pubblico, se è vero che le stesse competenze necessarie per l'esplorazione metodica, la descrizione e la classificazione delle risorse di rete sono vantaggiosamente impiegate nei servizi di informazione in biblioteca. Difatti la sempre maggiore importanza assegnata alle fonti remote modifica decisamente i requisiti del servizio di reference [45, 81], il quale può essere oggi guardato sotto un duplice punto di vista: da un lato come attività di analisi, selezione e indicizzazione delle risorse conoscitive, e dall'altro come capacità di informare e istruire gli utenti sull'uso migliore di queste risorse. Si determina in tal modo una vera e propria convergenza fra servizi tecnici e servizi al pubblico [2, 97], che ha come risultato un rinnovato ruolo del reference, inteso come un servizio d'informazione che raccordi in un'insieme omogeneo sia le fonti tradizionalmente presenti in biblioteca (cataloghi cartacei, repertori bibliografici, banche dati su CD-ROM), sia le fonti remote (OPAC, risorse di Internet, banche dati in linea), individuate grazie a un costante lavoro di ricerca, organizzate secondo criteri coerenti e rese immediatamente disponibili per gli utenti.

7. Un nuovo ruolo per i bibliotecari

Da quanto esaminato, parrebbe evidente che le trasformazioni intervenute nelle biblioteche siano destinate a produrre radicali cambiamenti nei compiti del bibliotecario, chiamato ad acquisire una serie di abilità e competenze per far fronte all'incessante sfida delle nuove tecnologie [1, 44, 57, 74, 92]. Si direbbe, insomma, che il ruolo del bibliotecario sia volto a un costante rafforzamento, in virtù di un'estensione qualitativa e quantitativa delle proprie mansioni: e invece tali presupposti paiono oggi contraddetti da un'opposta visione, che attenua e quasi dissolve la funzione del bibliotecario nel contesto dell'informazione elettronica. Difatti la presenza sul mercato di sempre nuovi strumenti pensati per soddisfare, in maniera semplice e amichevole, i bisogni degli utenti, sembra favorire la tendenza verso la "disintermediazione", ossia verso la fine del tradizionale ruolo di intermediario fra i documenti e l'utenza da sempre esercitato dai bibliotecari. Oggi infatti, grazie a sofisticati servizi di rete e a raffinate interfacce, è assai agevole raggiungere e sfruttare un'elevata quantità di risorse informative direttamente da casa o dal proprio posto di lavoro, senza più bisogno di recarsi in biblioteca e di ricevere assistenza da parte dei bibliotecari [30].

Si tratta di una questione essenziale nella complessa problematica della biblioteca contemporanea, che non attiene soltanto al ruolo del bibliotecario e alla sua stessa sopravvivenza nell'ambiente delle reti, ma che va a incidere sulla capacità degli utenti di utilizzare in maniera efficace la massa di conoscenze veicolate dai supporti digitali [38]. Difatti la possibilità di accedere a un insieme quanto mai vasto di informazioni fa sì che sempre più spesso gli utenti si creino una sorta di personale biblioteca elettronica, da utilizzarsi con le modalità e i tempi che essi stessi di volta in volta si danno; gli utenti inoltre diventano protagonisti attivi dell'informazione digitale, se è vero che, grazie alle potenzialità di Internet, possono trasformarsi in veri e propri editori e distributori dell'informazione, assumendo un ruolo finora occupato dall'editoria tradizionale e dagli altri sistemi di diffusione dell'informazione. Se dunque nel primo caso si assiste a una convergenza fra le strategie e le abilità di cui dispongono i bibliotecari e quelle che si forgiano - in maniera spesso empirica e accidentale - gli stessi utenti, nel secondo siamo di fronte a un evidente ridimensionamento del ruolo delle biblioteche, che per secoli hanno rappresentato un fondamentale momento di accesso alle conoscenze prodotte e veicolate da autorevoli fonti editoriali.

È evidente dunque che la disintermediazione, ossia la tendenza a raggiungere e utilizzare le informazioni senza nessun coinvolgimento da parte delle biblioteche, non solo provoca uno squilibrio nella tradizionale dialettica fra bibliotecario e utente, ma costituisce un elemento di forte inquietudine per i bibliotecari, preoccupati che il proprio ruolo possa venire sminuito o addirittura scomparire sotto l'urto di tecnologie e di strumenti sempre più avanzati e graditi agli utenti. Le conseguenze - psicologiche ancor prima che professionali - di questo stato di cose sono molteplici e complesse, andando da una generica sensazione di incertezza e di crisi della tradizionale identità bibliotecaria alla consapevolezza di una incombente "deprofessionalizzazione", vale a dire di uno smarrimento delle consolidate attitudini e capacità operative dei bibliotecari dovuto a una perdita di controllo sulla propria base di conoscenza - non più padroneggiabile in seguito all'aumento esponenziale delle informazioni - e sul proprio "ideale di servizio", che va ridimensionandosi con il ridursi delle opportunità di consulenza e di assistenza agli utenti [43, p. 21-22].

Se questo è il quadro, è allora lecito domandarsi se davvero si stia approssimando la fine del ruolo del bibliotecario così come una millenaria tradizione lo ha delineato, o se vi sia ancora spazio per una serie di abilità e di competenze volte alla trasmissione delle conoscenze e all'assistenza al pubblico. È un interrogativo a cui risponde, con lucida chiarezza, il recente intervento di Gabriele Gatti [39] il quale, pur riconoscendo le spinte verso la disintermediazione, individua tuttavia una serie di elementi che si oppongono all'idea per cui sarebbe ormai esaurita la tradizionale funzione di medietà, di consulenza e di assistenza storicamente esercitata dal bibliotecario.

In realtà, sostiene l'autore, malgrado operi in un ambiente sempre più disintermediato, il bibliotecario si vede attribuire una serie di mansioni che non solo non ne dissolvono il ruolo, ma lo consolidano sempre più, trasformandolo in un vero protagonista della società dell'informazione. Al di là infatti delle "attività residuali" connesse alla documentazione cartacea (peraltro essenziali, specie ora che largo impiego trovano i sistemi di prestito interbibliotecario e di document delivery), compito essenziale del bibliotecario diviene quello dell'educazione all'utenza. In un contesto segnato dal vertiginoso aumento delle informazioni e dal proliferare di strumenti e di interfacce, il training esercitato dal bibliotecario ha lo scopo di orientare l'utente fra la molteplicità delle fonti disponibili, affinché sia in grado di impostare corrette strategie di ricerca e di valutarne criticamente i risultati. Inoltre, per evitare che il sovraccarico informativo schiacci l'utente e lo allontani dalle risorse effettivamente rilevanti, è indispensabile che il bibliotecario proceda ad una vera e propria "validazione" delle fonti sulla base di una loro accurata selezione e organizzazione: in tal modo è possibile offrire agli utenti una serie di percorsi di ricerca, individuando un ventaglio di informazioni pertinenti e funzionali alle diverse esigenze conoscitive.

A un'analisi non superficiale, la tendenza alla disintermediazione non sembra quindi un elemento sufficiente a indebolire il ruolo del bibliotecario o peggio ancora a decretarne la scomparsa: per contro, appare sempre più necessaria una figura altamente specializzata [72], capace non soltanto di muoversi fra interfacce e sistemi diversi, ma di conoscere, controllare e organizzare la massa di conoscenze presenti sulle reti. Emerge così, nel tumultuoso e dinamico contesto dell'informazione digitale, una nuova immagine del bibliotecario, provvisto di una serie di capacità che lo caratterizzano come un professionista versatile e preparato, capace di operare in un ambiente altamente tecnico e di sviluppare una rinnovata gamma di servizi per l'utenza: strumenti di navigazione in rete, sistemi di ricerca e recupero dell'informazione elettronica, meccanismi di prestito interbibliotecario e di fornitura di documenti.

Ma, a parere di molti osservatori, il ruolo che più di ogni altro compete al bibliotecario è quello di vero e proprio "produttore dell'informazione": e ciò non solo o non tanto perché è in grado di sviluppare raffinati strumenti e mappe informative, quanto perché, sempre più spesso, è chiamato a condividere con l'istituzione di cui fa parte la responsabilità della creazione - oltre che dell'ordinamento e della diffusione - delle conoscenze. Siamo di fronte, in altri termini, a quel modello di knowledge management elaborato dall'americano Richard Lucier [51, 52] e che appare come la più innovativa e dinamica proposta di organizzazione dell'attività bibliotecaria tuttora disponibile [34, 54]; secondo tale modello, la biblioteca viene introdotta all'inizio del ciclo di trasferimento dell'informazione e non più alla fine, e i bibliotecari sono implicati nel processo di produzione delle informazioni, e non soltanto nella loro gestione e distribuzione. Difatti, mentre in passato il compito del bibliotecario era quello di individuare e acquisire i documenti rilevanti - intervenendo quindi in una fase avanzata del processo di comunicazione scientifica - ora il suo coinvolgimento avviene in un primissimo stadio, ricevendo subito dai ricercatori i "dati grezzi" che costituiscono la base delle loro ricerche; a partire da tali dati, il bibliotecario costruisce un articolato sistema informativo, integrando le notizie in suo possesso con le fonti disponibili in loco e con quelle reperibili sulle reti; al termine del processo, rinvia questo ampio ventaglio d'informazioni ai ricercatori, che lo utilizzano per approfondire l'indagine e per tradurne i risultati in una pubblicazione.

Si tratta, con tutta evidenza, di un approccio estremamente avanzato, che dà vita a prodotti informativi ad alto valore aggiunto, naturalmente centrati sull'utente e tesi ad assicurare l'attualità, la qualità e l'integrità dei contenuti. Per realizzare questi obiettivi è richiesta una serie di competenze di livello decisamente elevato: è infatti necessaria la presenza di un team di bibliotecari esperti nei diversi ambiti disciplinari, oltre che versati in tutti gli aspetti dell'information technology e sufficientemente duttili da interagire in modo efficace con ricercatori e specialisti, anticipandone i bisogni informativi e coadiuvandone le esigenze di ricerca.

L'idea del bibliotecario in quanto knowledge manager viene dunque a porsi come un fondamentale punto d'arrivo nelle strategie della biblioteca virtuale: affrancatosi dalle attività ripetitive, sempre più padrone degli strumenti tecnologici, il bibliotecario è così libero di spaziare nel multiforme e dinamico universo del sapere, tornando a incarnare quel ruolo di produttore delle conoscenze che per secoli è stato associato alla sua immagine.

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[85] Michele Santoro. Esplorando il Mondo 3: breve viaggio tra le meraviglie e gli assilli dell'informazione elettronica. «Culture del testo», 3 (1997), n. 8, p. 7-27, oppure http://www.burioni.it/forum/santoro-mondo.htm.

[86] Michele Santoro. L'informazione scientifica in rete: le possibilità dell'editoria elettronica. «Bollettino '900: bollettino elettronico del Seminario sul '900», n. 6/7 (settembre 1996), oppure http://www2.comune.bologna.it/bologna/boll900/santoro.htm.

[87] Michele Santoro. Uno sguardo dal ponte: le biblioteche e i nuovi strumenti dell'information technology. «Biblioteche oggi», 16 (1998), n. 3, p. 22-27, oppure http://www.burioni.it/forum/bo97-santoro.htm.

[88] Antonio Scolari. World Wide Web e Z39.50: standard per la ricerca a confronto. «Bollettino AIB», 36 (1996), n. 4, p. 397-409, oppure http://www.aib.it/aib/boll/96-4-397.htm.

[89] Alfredo Serrai. Conrad Gesner, a cura di Maria Cochetti, con una bibliografia delle opere allestita da Marco Menato. Roma: Bulzoni, 1990.

[90] Philip H. Sewell. Resource sharing: co-operation and co-ordination in library and information services. London: André Deutsch, 1981.

[91] Giovanni Solimine. Controllo bibliografico universale. Roma: AIB, 1995.

[92] Anna Maria Tammaro. Il cybrarian, ovvero il bibliotecario mutante: come le prospettive aperte da Internet possono incidere sul futuro della professione. «Biblioteche oggi», 13 (1995), n. 3, p. 12-15.

[93] Anna Maria Tammaro. Per la biblioteca un futuro "virtuale". «Biblioteche oggi», 12 (1994), n. 2, p. 4-7.

[94] Anna Maria Tammaro. Reti di telecomunicazione e biblioteche. «Biblioteche oggi», 11 (1993), n. 5, p. 52-61.

[95] Nicola Tangari. Alcune implicazioni bibliografiche dello standard SGML. «Bollettino AIB», 35 (1995), n. 4, p. 481-494.

[96] Roy Tennant. The virtual library foundation: staff training and support. [«Information technology and libraries», 14 (1995), n. 1, p. 46-49.] http://www.lib.berkeley.edu/ISIS/ITAL.html [ora http://www.lib.berkeley.edu/autobiography/rtennant/ITAL.html].

[97] David Tyckoson. Access vs. ownership: changing roles for librarians. In: Access services: the convergence of reference and technical services, edited by Gillian M. McCoombs. New York: The Haworth Press, 1991, p. 37-45.

[98] The virtual library: vision and realities, edited by Laverna M. Saunders. Westport: Meckler, 1993.

[99] Barbara von Wahle - Nancy Schiller. Creating the virtual library: strategic issues. In: The virtual library: vision and realities, edited by Laverna M. Saunders. Westport: Meckler, 1993, p. 15-46.

[100] Frank Webster. Theories of the information society. London: Routledge, 1995.


MICHELE SANTORO, Biblioteca del Dipartimento di scienze economiche, Università degli studi di Bologna, Strada Maggiore 45, 40125 Bologna, e-mail santoro@spbo.unibo.it.