RECENSIONI E SEGNALAZIONI

Riccardo Ridi. Internet in biblioteca. Milano: Editrice Bibliografica, 1996. 250 p. (Bibliografia e biblioteconomia; 51). ISBN 88-7075-442-1. L. 30.000.


La prima impressione che si ha alla lettura del libro di Riccardo Ridi è quella di avere tra le mani uno di quei lavori che un tempo si sarebbero definiti di alta divulgazione. piuttosto raro, difatti, che ci si trovi a leggere di questioni abbastanza ostiche, almeno a un primo impatto e per chi è abituato a un metodo di lavoro e di analisi preinformatico, senza essere colti dal desiderio di chiudere il libro e passare ad altro. Nel caso di Ridi, invece, l'effetto è opposto. L'autore, in virtù di uno stile scabro ed essenziale, che va di pari passo con una notevole ricchezza verbale, riesce a catturare l'attenzione del lettore, anche il meno smaliziato: come dire, una bella forma rispecchia quasi sempre un contenuto consapevole e chiaro. E infatti, come si può immaginare e come senz'altro è evidente nel bailamme della recente produzione internettologica, tra surfnettisti e navigatori, tra la moda e la vera riflessione, tra il mercato e l'improvvisazione, non è facile trovare lavori che tengano l'interesse del lettore così attento come questo. A parte "lo bello stile", bisogna anche ricordare che il mondo delle biblioteche, variamente attraversato da Internet non aveva ancora una trattazione sistematica sull'argomento: ora il libro di Ridi colma una lacuna, ed è bene partire da qui per avviare una riflessione sull'uso di questi strumenti in biblioteca, sia per il pubblico sia per i bibliotecari, cercando di dare risposte adeguate alle tante domande che, al solito, lo sviluppo tecnologico propone.

Anzitutto è da condividere l'espressione che è proprio all'inizio del volume e che ne è un po' il biglietto da visita: riprendendo un concetto espresso da Basili e Pettenati sull'attenzione che i bibliotecari devono porre al fenomeno Internet, Ridi scrive che "questa vera e propria scossa tellurica che sta attraversando la società contemporanea non è solo l'ultima moda giunta dall'America verso la periferia dell'impero, ma qualcosa che è qui per restare. Biblioteche e centri di documentazione possono esserne l'epicentro, conquistando una centralità sociale che, nel nostro paese, molti davano ormai per irraggiungibile, oppure possono lasciarsi sfuggire anche questa occasione, condannandosi ad una crescente marginalizzazione sociale e culturale".

questo un punto essenziale perché si ha ragione di credere che i bibliotecari, qualunque ne sia la tipologia di biblioteca di appartenenza, saranno al più presto investiti di quest'onere aggiuntivo: un onere che è, o potrebbe diventare, un grosso problema. Lo stesso Ridi ce lo annuncia più avanti nel suo libro, quando si diffonde sull'accesso a Internet da parte degli utenti, in un capitolo significativamente intitolato Internet & Reference: mettere a disposizione Internet, con un paragrafo ancora più esplicito, Limitare Internet. Scrive l'autore: "Il settore in cui è più scontato l'impatto di Internet in Biblioteca è sicuramente quello del reference service, vista la quantità di informazione, scarsamente strutturata, che rende disponibile e con cui l'utenza va messa in contatto. La soluzione più indolore e attualmente più diffusa anche a livello internazionale, ma alla lunga meno soddisfacente, è quella di non mettere direttamente a disposizione dell'utente nessun tool, utilizzandoli piuttosto per arricchire il bagaglio di strumenti di cui il reference librarian dispone per soddisfare le richieste rivoltegli. Si tratta di una opzione veramente minima - continua l'autore - da abbracciare a mio avviso solo in sede sperimentale oppure quando le altre fossero, temporaneamente o strutturalmente, impraticabili. In fondo è come se tutti i libri posseduti fossero consultabili solo dal bibliotecario, che sulla base di sterminate letture rispondesse ai quesiti dei lettori; in tal modo le risorse informative non verrebbero mai, se non episodicamente, in contatto coi relativi bisogni degli utenti. Tuttavia si tratta purtroppo spesso dell'unica via realisticamente percorribile a causa di invalicabili limiti tecnologici (un solo computer deve bastare a staff e utenti), umani (utenti troppo impazienti o troppo poco istruiti) o economici (necessità di contenimento delle bollette telefoniche)". Scrive ancora Ridi: "Se si opta per l'accesso diretto occorrerà organizzare l'istruzione e stabilire gli eventuali limiti da porgli. Si apre qui, ancor prima di una serie di opzioni tecniche, un più ampio problema di fondo: quale percentuale dell'universo Internet è di pertinenza delle biblioteche? Se negli Stati Uniti si pensa di utilizzare la familiarità dei cittadini con le biblioteche per avvicinarli a Internet, in Italia Internet potrebbe, finalmente, essere l'esca adatta per portare qualcuno in biblioteca, magari anche disposto a pagare senza battere ciglio una tariffa per un corso di formazione o per certi servizi aggiuntivi. Fare i puristi può dunque parere in questo frangente un lusso controproducente, ma qualche paletto occorre nonostante tutto piantarlo". Anche in questo caso, come d'altronde nella riflessione precedente, non si può non essere d'accordo, ma vediamo prima quali paletti e quali biblioteche. Lo stesso autore lo accenna più avanti, quando indica come compiti non afferenti alla biblioteca l'accesso alla posta elettronica per gli utenti oppure l'alfabetizzazione informatica per e oltre Internet. Si deve dire, però, che pensando ad una biblioteca di pubblica lettura, una sede periferica, per esempio, particolarmente decentrata, dove le risorse ambientali e culturali sono lontanissime da qualunque standard accettabile, ecco qui, ammesso che ci si riesca, non sarebbe deprecabile una struttura che permetta ai suoi giovani e meno giovani utenti di usufruire di certi servizi. Forse si può essere scettici sui risultati immediati, ma il tentativo si potrebbe fare. Ed ancora: perché non ubicare, come peraltro già qua e là viene fatto, nelle biblioteche dei dipartimenti universitari, o nelle loro adiacenze, la possibilità di utilizzare da parte degli studenti le risorse di Internet, che saranno utili sia alla ricerca sia per altro (ad esempio per la posta elettronica). E non è escluso che anche i professori riescano ad uscire dal loro guscio ed aprirsi al resto dell'intelligenza mondiale (almeno con più trasparenza di quanto non si faccia adesso). Siamo usciti un po' dal seminato del libro di cui si sta parlando, dalle tematiche propriamente di Internet su cosa significhi Web, Gopher, Telnet o altro, perché proprio in riferimento al problema del reference, o al problema dell'adeguamento delle strutture, è la professione del bibliotecario che cambia, o, meglio, si arricchisce di molto e partecipa del proprio tempo. L'immagine del bibliotecario chino sul codice o sulla bella cinquecentina, oppure immerso tra le schede dei vari cataloghi, è dura a morire: ma senz'altro l'utilizzo di strumenti come Internet nell'attività di servizio al pubblico e nella crescita professionale non la esclude, anzi la corrobora e la pone in una dimensione, diciamo così, ancora più universale.

C'è poi nel libro tutta una parte, interessantissima, sul document delivery, sui problemi di una utopica indicizzazione, e sulle altre caratteristiche e possibilità di Internet, che è bene lasciare alla cura del lettore, ma è doveroso accennare, prima di chiudere, almeno alla ricchezza della bibliografia, oltre trenta pagine da tenere sempre sottomano, come anche le pagine da 83 a 90 e da 150 a 161, che sono un sistematico elenco di siti per bibliotecari di cui veramente si sentiva l'esigenza.

Un'ultima riflessione va fatta sulla conclusione per così dire "filosofica" del libro, quando l'autore si sofferma sul concetto generale di informazione e sull'informazione legata al mondo volatile dell'informatica: "Ogni generazione sceglie - più o meno consapevolmente - tra le infinite informazioni che manipola, quel sottoinsieme degno di essere trasmesso alle successive. interesse e dovere di tutti che tale operazione venga eseguita con criteri tecnicamente affidabili e politicamente democratici; è compito dei bibliotecari dare una mano organizzando e rendendo disponibili le informazioni in modo completo ed efficace, così che la scelta non sia falsata dalla scarsa visibilità di certi dati e dalla sovraesposizione di altri: ma è utopico pensare che Internet oggi o qualsiasi altra tecnologia domani possano esimere bibliotecari e cittadini da tali ineludibili compiti".

Per chiudere una notazione personale. In un recente dibattito su questo libro, tenutosi a Roma all'Istituto Cervantes, organizzato dalla Sezione Lazio dell'AIB e dall'Istituzione delle Biblioteche di pubblica lettura del Comune di Roma, stimolato da un uditorio molto interessato, l'autore ha posto l'accento sulla continuità della professione del bibliotecario, da Panizzi all'information manager: un bel tema di riflessione per un'altra discussione e proprio in un tempo in cui con una certa difficoltà, anche e forse soprattutto tra i bibliotecari, si cerca di fare accettare l'originalità e l'autonomia tecnico-scientifica della nostra professione.

Vincenzo Frustaci, Biblioteca Romana dell'Archivio Capitolino