Allan D. Pratt.  Information of the image.  Second edition.  Greenwich (Conn.): Ablex, 1998.  XIII, 120 p.  (Contemporary studies in information management, policy, and services).  ISBN 1-56750-346-2.  47.

Il titolo suona misterioso ma si chiarisce presto: da un lato l'immagine, l'insieme di idee che è alla base di ogni processo di comunicazione; dall'altro l'informazione, ovvero l'alterazione dell'immagine che ha luogo quando questa riceve un messaggio e, in senso traslato, dati e documenti che possano potenzialmente produrre un tale evento. Da una riflessione sull'essenza dei libri o di altre forme di informazione che una biblioteca si trova a custodire a un'analisi dei problemi di base della gestione di questa informazione (con i bibliotecari di fatto intesi come gestori della comunicazione): a una prima parte (Principles) molto teorica, si oppone nel libro una seconda parte (Practicalities) quasi provocatoria nel suo pragmatismo.

L'inizio è dei migliori: qualsiasi società ha bisogno di conservare traccia di sé in qualche modo e affida tradizionalmente questa responsabilità a un piccolo numero di persone: i bibliotecari. Altra bella notizia: la tecnologia ha finalmente permesso ai bibliotecari di tornare a occuparsi delle idee, liberandoli dall'obbligo di occuparsi del supporto fisico (libro) delle idee stesse.

Ruolo del bibliotecario è favorire «a meeting of the minds», l'incontro tra fonte dell'informazione e suo destinatario, tra informazione e immagine, ruolo nobile e delicato, ma è proprio la gestione di questa intermediazione quella che pone i maggiori problemi. La logica dei ragionamenti di Pratt è rigorosa nell'insieme, ma le conclusioni a cui giunge non mancano di lasciare perplesso chi è affezionato a certi principi.

Dall'affermazione del ruolo sociale di biblioteca e bibliotecario discende che l'esempio concreto più cogente sarà una biblioteca "di comunità", una tipica biblioteca di pubblica lettura sovvenzionata da enti locali. La sua tipicità è relativa, nel libro, alla realtà americana (e non mancano spunti critici all'American Library Association), ma il discorso generale è applicabile a ogni biblioteca gestita più o meno direttamente dalla cosa pubblica. Nella seconda parte il volume di Pratt si rivela opera di estrema attualità e delinea a squarci la biblioteca del futuro, un futuro che potrà sicuramente entusiasmarci, ma che ci darà senz'altro da discutere.

Il ruolo delle biblioteche pubbliche si riduce giocoforza al rapporto compiti-costi, dove i costi sono certi, mentre i compiti non lo sono affatto. La mancanza di un chiaro "patto sociale" tra biblioteca e comunità porta a un mancato riconoscimento dei diritti e dei doveri di bibliotecari e fruitori dei servizi della biblioteca, oltre che della specificità della professione di bibliotecario.

Le opinioni di Pratt sono brutali ma stimolanti. Sta alla biblioteca formulare un "patto" da proporre alla società. Una biblioteca è un ente no profit, e come tale va gestito. Occorre approfittare di ogni opportunità per eliminare miti e preconcetti sulle biblioteche: l'appalto a ditte private della gestione dei servizi di base può diventare l'occasione per definire i servizi che una comunità si attende da una biblioteca, e se e quanto è disposta a pagare per ottenerli. Gestire una biblioteca significa gestire un accesso strutturato a una serie di informazioni; "tutto a tutti" è solo una chimera, la realtà è "quale accesso a chi", o, più in dettaglio, quale accesso a quale prezzo per quali informazioni per quali utenti. Tariffe: il problema non è più se far pagare, ma cosa far pagare e quanto. Come: tariffe annuali o a singolo servizio (anche il prestito, certo), ad esempio con tessere a scalare, come per le fotocopie; è possibile esentare dal pagamento alcune categorie di persone (chi?) o di libri (quali?). Censura: rassegnamoci, il bibliotecario è un censore, la sua tanto decantata neutralità è un'illusione per lui e un imbroglio per l'utente. Si fa censura in molti modi (politica degli acquisti; diversa disponibilità del materiale), non farla è in realtà un tradimento della professione (è compito del bibliotecario dare giudizi sul valore di una fonte di informazioni) o di regole normalmente riconosciute nella società (i minori possono avere accesso a tutto il materiale? Perché no? Perché sì?).

Corollario: cosa faranno i bibliotecari nel prossimo futuro? Torneranno a occuparsi di idee, finalmente. Appaltati a ditte private i servizi di base, i bibliotecari si occuperanno di reference (cioè accesso guidato e fornitura di documenti = informazioni) e di "politica degli acquisti" che, in un mondo futuribile, virtuale e tutto in rete, significherà essere più che mai gestori dell'informazione e della comunicazione.

Cristina Gottardi
CIS Maldura, Sezione di linguistica, Università di Padova